Firenze, del calcio è tua la storia: 17 febbraio 1530, la partita dell’assedio. Cronaca da una città stremata ma orgogliosa

Mancano quattro anni al cinquecentesimo anniversario di una giornata, e di un evento, capaci di cambiare storia e costume in Europa e nel mondo. La data del 17 febbraio 1530 certifica che il “gioco del calcio” è nato a Firenze. La partita dell’assedio, in scherno alle truppe di Carlo V, dimostra che in nessun’altra parte, prima di allora, c’era stato qualcosa in grado di lasciare traccia di un gioco di palla contesa fra due squadre. Gli inglesi, poi, si sono assegnati tutto: football, rugby e, chissà, anche palla avvelenata. Ma furono i fiorentini a segnare un rettangolo, a dividersi in due squadre, con due maglie diverse, e a montare una rete per infilarci la palla dentro come punto. O gol. Qui, semplicemente “caccia”, non nel senso di cattura ma di risultato.
Bisogna ringraziare l’Associazione degli ex calcianti, fondata dal compianto Uberto Bini, se il 17 febbraio è ancora oggi ricordato. Il Comune di Firenze dovrebbe costruire un evento coinvolgente, visto il significato di quella data, non solo per il “calcio”, ma anche per la voglia di libertà di un popolo che sfidò l’Europa per non farsi sottomettere.
Come visse, la città, il suo 17 febbraio 1530? Ecco la mia “cronaca”, ricostruita attraverso le carte dell’epoca. Che parlano di una Firenze stremata, ma troppo orgogliosa per arrendersi. Da cinque mesi vive assediata da Carlo V che vuole riportare i Medici al potere e farsi perdonare dal Papa il “sacco di Roma”. Ormai mangiano carne solo i combattenti. Chi non è in ami si arrangia coltivando qualcosa negli spiazzi vicini alle stalle e nei vasi da fiori.
L’idea di giocare a palla, anche per festeggiare il Carnevale, provoca un misto di esaltazione e palpitazione. Ma anche la consapevolezza che si sta scrivendo la storia. E non basta far scendere i soldati dai bastioni rinforzati da Michelangiolo: bisogna anche mettere musici e trombetti sul tetto di Santa Croce per farsi sentire, oltre che vedere, dall’esercito imperiale.
La colpa di Firenze? Aver proclamato la Repubblica dopo la cacciata dei Medici, nel 1527. C’è chi sostiene sia una guerra fòri tempo, contro una potenza soverchiante. Ma nessuno vuol mollare. Così si combatte in ogni modo: anche giocare al calcio diventa una sfida al nemico.
Passata l’ora di desinare, le strade cominciano a popolarsi. Escono di casa i vecchi, vestiti con le gabbanelle sotto il lucco di cuoio foderato di pelle. Gli sguardi sono concentrati sulle schiere armate che hanno appena lasciato le mura. Due contadini tirano una bianca vitella: il premio per i vincitori.
Sfilano i Fanti di Palazzo, i Fanti dell’Ordinanza, i Bombardieri. I calcianti, nelle livree bianche e verdi, si guardano con rispetto. Ci sono nobili e cavalieri. Fra i bianchi: il Morticino degli Antinori, Alamanno de’ Pazzi, Giovanni de’ Bardi, Francesco da Verrazzano, Gianpaolo Gianfigliazzi, Gherardo della Gherardesca. Fra i verdi: Caccia degli Altoviti, Dante da Castiglione, Francesco de’ Medici, Piero Strozzi, Pierfrancesco Rinuccini, Giuliano Capponi.
Risuonano tre squilli. La partita, ossia la caccia, comincia. Un boato rompe l’aria. Ha sparato una colubrina del conte di San Secondo. Ma la traiettoria è sbagliata: la cannonata finisce lontano. Le cacce si susseguono. La gente s’appassiona.
Fino a quando la campana de’ Priori rintocca. La folla si fa silenziosa. Rullano i tamburi. Le teste si scoprono, le ginocchia si piegano: Avemaria… Cala la sera su Firenze lacerata e affamata: ma fiera di aver scritto una pagina gloriosa. Da ricordare nei secoli.
