Olimpiadi Milano-Cortina: applausi per tutti. Ora pensiamo a Giochi estivi: “diffusi” in più città. Il ricordo del tentativo di Firenze

Sono state un successo per l’Italia, le Olimpiadi Milano-Cortina, chiuse con la spettacolare cerimonia, ad effetti speciali, dell’Arena di Verona. Complimenti prima di tutto agli atleti, che ci hanno resi orgogliosi con medaglie vestite di sacrifici che ci potranno consolare ripendole se – speriamo davvero di no – la nazionale di Gattuso non dovesse portarci alla fase finale del Mondiale 2026 in Messico, Canada e Stati Uniti. Ma complimenti convinti agli organizzatori, tutti, che hanno confezionato un’edizione-capolavoro. In barba ai soliti “contrari”: quelli che “non si deve fare”, non “si deve costruire, bisogna pensare ad altro”. Complimenti anche a loro perchè oggi, a Giochi chiusi e con gli atleti, da podio o no, che emozionati salutano, le tesi dei “contrari” risultano fòri gioco e fòri tempo.
Naturalmente l’entusiasmo olimpico può essere contagioso. A maggior ragione dopo un’edizione che ha riportato i riflettori del mondo sull’Italia, che ha risposto presente sia in termini organizzativi – il modello dei Giochi diffusi si è rivelato una scommessa vinta – che di performance sul campo, battendo ogni record in termini di ori e di medaglie. Le luci su Milano e Cortina non si sono ancora spente, anche perché all’orizzonte incombono le Paralimpiadi, ma il successo di queste Giochi Invernali ha riportato a galla un vecchio desiderio: ospitare un’edizione estiva della rassegna a cinque cerchi che manca ormai da Roma 1960. Dopo lo smacco per il no di Virginia Raggi, all’epoca sindaca della capitale, per i Giochi del 2024 poi assegnati a Parigi, i tempi sembrano essere maturi per riaprire un discorso che sembrava chiuso e che il buon esito di Milano-Cortina – un sogno nato nella mente di Giovanni Malagò proprio da quella ‘ferita’ – ha fatto riemergere prepotentemente.
Calendario alla mano, l’orizzonte temporale è fissato all’edizione 2036 o 2040. Nel 2028 infatti i Giochi si svolgeranno a Los Angeles, quattro anni dopo a Brisbane. Con due rassegne di fila lontane dall’Europa è logico pensare che il fuoco sacro di Olimpia possa far nuovamente tappa nel Vecchio Continente nel 2036. Sul tavolo del Cio ci sono già le candidature di Istanbul, Ahmedabad, Santiago del Cile e Doha, ma il Comitato Olimpico Internazionale attende possibili opzioni europee, con Berlino e Madrid sullo sfondo.
L’Italia, sulla scia dei riscontri positivi di questi Giochi Invernali, potrebbe inserirsi nel dossier, per il 2036 o eventualmente per il 2040. L’eventuale candidatura comunque “va costruita passo dopo passo, concordata e condivisa con il Governo e le istituzioni cittadine, con il Comitato olimpico. Serve una squadra unita che deve portare avanti il progetto – ha sottolineato il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, nella conferenza stampa di chiusura – È un cammino importante che passa anche dall’organizzare dei campionati del mondo, dai campionati europei, che danno maggiore credibilità a chi vuole candidarsi. Non possiamo permetterci solo di sognare”.
A tal proposito nelle ultime settimane si sono però già registrate fughe in avanti, dal tandem Bologna-Firenze di Eugenio Giani, sponsorizzato da Matteo Renzi fino all’idea lanciata, in questi giorni, da Luca Zaia di proporre Venezia.
E qui lasciatemi ricordare un tentativo, ma più che altro una provocazione, che nei giorni più difficili del novembre 1966, con la città devastata dall’Arno, venne lanciata da Giordano Goggioli, grande capo della redazione sportiva de “La Nazione”: fare le Olimpiadi a Firenze. I (pochi) impianti sportivi di allora erano coperti da fanghiglia e detriti. Lo “zio” Giordano, come lo chiamavano tutti con deferenza in redazione, sguinzagliò un gruppo di giovani collaboratori per un censimento: cosa c’era e cosa era rimasto in fatto di attrezzature. Ero fra questi. Orgoglioso di esserci. Fu la prima inchiesta della mia carriera.
Goggioli convinse il Comune, con il sindaco Piero Bargellini che doveva salvare i “poveri cristi dei fiorentini, oltre al Cristo di Cimabue e a tutti i capolavori d’arte sfigurati dall’Arno, che si poteva tentare ad avanzare la candidatura per i Giochi del 1976. Il Coni, presieduto da Giulio Onesti, sembrava d’accordo. Risultato? L’Olimpiade 1976 la organizzò Montreal, ma lo “zio Giordano” ebbe la soddisfazione di portare a Firenze, negli anni, la piscina del Campo di Marte, intitolata a Paolo Costoli, il Palasport (intitolato a Nelson Mandela, però secondo me avrebbe dovuto chiamarsi Giordano Goggioli) e altri impianti di pregio.
Ma torniamo a bomba. A questi giorni. Dopo l’idea lancia da Giani e Renzi per i Giochi 2040, l’ ex presidente del Coni, Giovanni Malagò ha riproposto Roma elencando quello che la Capitale può mettere in campo in fatto di attrezzature sportive.
Ecco, eviterei di alzare campanili: penso sia giusto tentare di riportare in Italia le Olimpiadi, magari nel 2040, ottant’anni dopo i Giochi di Roma, che aiutarono il boom economico e fecero superare le macerie e gli odi della seconda guerra mondiale. Ma bisognerà farlo insieme, ossia con un progetto di “olimpiade diffusa”, con Roma al centro, ma con Firenze e Bologna coinvolte. Così come è stato con Milano-Cortina, diventata festa e stadio di buona parte dell’arco alpino. Un’Italia unita è da podio, come abbiamo appena visto. Un’Italia divisa, come diceva Giovanni Spadolini, rischia di essere l'”Italietta” che conta poco.
