Menarini: più 6,2% di fatturato. Più donne che uomini in azienda. Ma per Lucia Aleotti esiste un problema: “La tassa Ue sulla pipì”

Il fatturato del 2025 sale a 4,887 miliardi di euro, con crescita del 6,2% rispetto al 2024, l’Ebitda tra 440 e 470 milioni di euro, e un numero di dipendenti che hanno raggiunto 17800 unità, di cui il 50,7% donne: per la prima volta la componente femminile supera quella maschile. Questi dati pongono la Menarini di Firenze ai primissimi posti fra le grandi aziende italiane. Ma sapete che cosa indispettisce Lucia Menarini, saldamente alla guida del colosso farmaceutico insieme al fratello Giovanni? Lei lo dice con questa frase: “La tassa Ue sulla pipì”.
Che cos’è? Semplice ma non banale: ossia il balzello che l’Unione Europea impone alla case farmaceutiche per l’inquinamento da liquidi organici, ossia le acque reflue sature di l’urina con la quale vengono espulse dall’organismo umano le tracce dei medicinali.
“La direttiva approvata dall’Europa sulle acque reflue è una tassa sulla pipì”, insiste Lucia Menarini durante la conferenza stampa organizzata alla Camera di commercio di Firenze davanti a una platea attenta di giornalisti assai competente in materia.
“Chiedono alle aziende farmaceutiche – insiste Lucia Aleotti – di depurare tutti i fiumi d’Europa perché una traccia del farmaco assunto dal paziente finisce nelle urine. E’ una politica anti-industriale. Sono 12 miliardi di euro all’anno pagati dalle aziende, che vuol dire dieci nuovi farmaci che non verranno sviluppati”.
Ma torniamo ai numeri, illustrati da Lucia Aleotti ed Elcin Barker Ergun, amministratrice delegata: 140 i Paesi in cui è presente Menarini, con 18 siti produttivi. L’81% del fatturato è creato all’estero. Investiti, nel 2025, ben 540 milioni di euro in ricerca e sviluppo, un dato in crescita rispetto ai 500 milioni dell’anno precedente. Numeri che indicano “la nostra determinazione a proseguire sulla strada dell’innovazione, attraverso il reinvestimento totale degli utili”, spiega Lucia Aleotti. Una scelta, quella del totale reinvestimento degli utili, resa possibile dal fatto di essere “un’azienda privata, di famiglia. E un’azienda prudente, che punta a crescere con l’autofinanziamento, senza dipendere da altri nelle scelte”.
“Dire che la spesa farmaceutica è fuori controllo – dichiara Aleotti – è un falso storico enorme. Se prendiamo la spesa farmaceutica territoriale pagata dallo Stato vent’anni fa vediamo che era di circa 12 miliardi di euro. Oggi, dopo vent’anni, è circa 8 miliardi. Quindi la domanda è: dov’è la crescita della spesa farmaceutica di cui si parla?”.
Secondo Aleotti il trend dimostra come parlare di una spesa farmaceutica in crescita incontrollata non corrisponda alla realtà dei numeri.“Molte aziende oggi lavorano con prezzi medi ex factory molto bassi, spesso inferiori ai 5 euro per un mese di terapia, mentre devono affrontare aumenti significativi dei costi: energia, materie prime, materiali di confezionamento e salari”.
Per la manager del gruppo farmaceutico fiorentino, il tema della crescita della spesa riguarda soprattutto i farmaci innovativi ospedalieri: nuove molecole e terapie avanzate frutto della ricerca.“ L’innovazione arriva soprattutto in ospedale e lì sì, c’è un aumento della spesa. Ma bisogna essere chiari – avverte – un paziente che muore è un paziente che non costa nulla. Un paziente che vive grazie all’innovazione è un paziente che comporta investimenti e spesa farmaceutica”. Insomma, “chi sostiene che la spesa debba restare immobile dovrebbe dirci se il modello sanitario auspicato è quello in cui il paziente viene lasciato morire. Sono temi che vanno affrontati con grande chiarezza”.
