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Guerra in Iran, Netanyhau: “Il lavoro non è finito”. Teheran minaccia Trump. Minato lo stretto di Hormuz: giallo della petroliera

Manifestanti e bandiera iraniana

WASHINGTON – Dall’Iran arrivano minacce di morte per Donald Trump. Forse la risposta alle dichiarazioni di voler far fuori la nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei.

Intanto Netanyhau insiste: “Con l’Iran non abbiamo ancora finito”. Volendo così stroncare sul nascere le speranze della comunità internazionale dopo l’ultima uscita di Donald Trump che, parlando di una guerra “praticamente conclusa”, aveva provocato ricadute positive sulle borse ed i listini del petrolio.

Le affermazioni del tycoon sono state ricalibrate anche dal capo del Pentagono Peter Hegseth, secondo cui le ostilità non cesseranno finché “il nemico non sarà definitivamente sconfitto”. “Chi è più grande di voi non potrebbe eliminare l’Iran, fate attenzione a non essere eliminati voi”, è stata la replica dell’uomo forte del regime, Ali Larijani, mentre sul terreno i Pasdaran hanno continuato ad attaccare il Golfo e Israele in risposta ai bombardamenti su Teheran e Beirut.

Resta tesa la situazione a Hormuz, con un allarme mine e con un giallo riguardante la notizia data dal governo americano, e poi rimossa, di una petroliera scortata dalla Marina militare. “La guerra finirà con la tempistica decisa dagli Stati Uniti”, ha spiegato Hegseth ai giornalisti, evocando “ancora una volta il giorno più intenso di attacchi all’interno dell’Iran”.

Ed anche se l’opinione pubblica americana è contraria all’idea di un pantano militare infinito in Medio Oriente, il segretario della Difesa ha chiarito che il commander in chief non ha ancora deciso quando fermarsi. Bisogna fare i conti con le perdite, finora sette morti e 140 feriti tra i militari, ma anche con l’incognita scorte: il Congresso è preoccupato perché sono state usate munizioni per 5,6 miliardi di dollari solo nei primi due giorni. Per fare il punto della situazione con gli alleati Steve Witkoff sarà in Israele “probabilmente la settimana prossima”.

Secondo alcune fonti chiederà che l’Idf fermi gli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane. La versione di Netanyahu riguardo al terreno è che l’operazione sta “spezzando le ossa” al potere iraniano e bisogna insistere. L’Idf ha colpito le infrastrutture balistiche e le sedi della forza Quds in varie parti del Paese, mentre le forze statunitensi “danno la caccia alle navi portamine” che il nemico vuole utilizzare per bloccare il traffico marittimo, ha spiegato il capo di stato maggiore, generale Dan Caine. Riguardo a Hormuz, ad un certo punto il segretario all’Energia Chris Wright ha annunciato su X che una petroliera è stata scortata “con successo” da navi militari americane attraverso lo Stretto, innescando una corsa al ribasso del greggio, che ha perso fino al 15% nell’arco di pochi minuti.

Il post è stato però cancellato subito dopo e la Casa Bianca ha poi chiarito che non c’è stata nessuna operazione di questo tipo. La confusione a Washington su Hormuz è la spia che il blocco dello Stretto resta uno dei temi più caldi del conflitto, per le inevitabili ricadute economiche. I Pasdaran hanno assicurato che non avrebbero consentito l’esportazione di “un solo litro di greggio dalla regione alla parte ostile e ai suoi partner fino a nuovo avviso”, ma Trump ha replicato: se l’Iran “fermasse il flusso di petrolio” verrebbe colpito “venti volte più forte”.

Inutile quindi immaginare un negoziato, almeno in via ufficiale. Perché se il tycoon ha ripetuto di “poter essere disposto a parlare con l’Iran”, pur alle sue condizioni, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha chiuso: “Non credo sia all’ordine del giorno, abbiamo già avuto un’esperienza amara”.

Le forze armate degli ayatollah, nell’undicesimo giorno di guerra, hanno rivendicato attacchi contro siti militari e di intelligence ad Haifa e le sirene d’allarme hanno suonato a Tel Aviv e nel centro di Israele. Nel Golfo allerta prolungata dal Qatar al Bahrein, dall’Arabia Saudita all’Iraq. Gli Emirati hanno chiuso per precauzione la raffineria di Ruwais, la quarta più grande al mondo.

La Turchia, dopo essere stata sfiorata ripetutamente dall’escalation, schiererà un sistema Patriot a protezione dello spazio aereo, in coordinamento con la Nato. E si rafforza la mobilitazione per Cipro, avamposto Ue ai confini del conflitto: verso l’isola è salpata la Hms Dragon, cacciatorpediniere britannico di ultima generazione.



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