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Referendum: il sì chiude la campagna a Milano nel nome di Bossi. Il no vuole anche dare un “avvertimento” alla Meloni

ROMA – Domenica 22 marzo e lunedì 23 si vota per il referendum sulla giustizia. Doppia presenza della premier Giorgia Meloni in tv per lo sprint finale, ma appuntamenti nei territori annullati o trasformati in ricordo di Umberto Bossi. La chiusura di campagna referendaria del centrodestra si divide tra il cordoglio per la scomparsa di una figura centrale nella storia della coalizione e l’ultima spinta per alzare l’asticella del consenso sulla riforma dell’esecutivo.

SI – La presidente del Consiglio e i due vicepremier lanciano il conclusivo appello per il sì, ciascuno battendo su argomenti più volte richiamati nella corsa referendaria. Dalla famiglia nel bosco ai casi di ‘malagiustizia’, passando per il contrasto alle correnti di una magistratura “politicizzata”. Con un messaggio di fondo comune: dal voto “nessun contraccolpo sul governo, la maggioranza è solida a differenza dell’opposizione”. A ripeterlo è la premier in diretta televisiva, mentre la Lega annulla tutti gli eventi già organizzati e cancella le partecipazioni alle piazze comuni. Quella milanese, con regia di FdI, è inizialmente dedicata alla ‘maratona’ per sostenere la riforma. Ma nel corso della giornata cambia segno, con una speciale dedica al Senatùr.

Nonostante l’evento si trasformi in un ricordo del fondatore della Lega, nessun esponente di via Bellerio si aggiunge ai rappresentanti degli altri partiti di centrodestra nella piazza condivisa. Che resta comunque una rarità, considerata una campagna referendaria che ogni partito ha giocato per sè. In mancanza di un palco con i leader di coalizione, scende in campo il presidente del Senato Ignazio La Russa. Da Milano ricorda Bossi come “un amico sincero”, e aggiunge: “seppe trovare la strada per contribuire a costruire un centrodestra molto forte senza rinunciare a nulla delle sue idee di tutela e difesa del Nord”. Il leader leghista Matteo Salvini, intanto, visita la famiglia di Bossi a Gemonio ed è coinvolto totalmente nel sottolineare l’eredità del Senatùr. In serata lancia l’appello: “Per onorare la memoria e dare corpo al pensiero politico del fondatore Umberto Bossi, – afferma – tutto il popolo leghista domenica e lunedì sarà ancora più determinato nel votare sì. Anche perché proprio Bossi e la Lega, più di altri, hanno subito e ancora subiscono in prima persona gli attacchi di certa magistratura politicizzata”.

Anche Forza Italia affianca al ricordo di Bossi gli ultimi sforzi di una campagna con una massiccia presenza nei territori. Il leader Antonio Tajani in tv ribadisce: “noi vogliamo togliere le grinfie della politica dall’attività della magistratura”. Poi affonda sull’esplosione di Roma: “il fatto che due anarchici maneggiassero una bomba alla vigilia del voto referendario lascia molto perplessi, c’è un clima di tensione”. La premier, invece, prima su Rai1 e poi su La7, guarda dritta in camera per l’ultimo appello. La sfida, ricorda, “è tra chi vuole difendere lo status quo e chi vuole modernizzare il Paese”. Se vincesse il no, insiste, “mi preoccupa il messaggio che in questa nazione non si possa cambiare”.

Meloni non manca di fare una valutazione sulla campagna referendaria che definisce “non bella”. “C’è stato prevalentemente un tentativo di buttarla in ‘caciara’, ho trovato orrendo il fatto di dover mentire per essere convincenti e questo è accaduto soprattutto nel fronte del no”, attacca. “Poi ci sono stati dei falli di reazione”, riconosce guardando al fronte del sì. Ma l’obiettivo restano le “menzogne” del fronte avverso, che l’hanno spinta – dice – a dedicarsi “in questo ultimo periodo a questi temi”. Ma assicura che chi pensa di mandarla a casa con il no, avrebbe una “doppia fregatura”.

“Tu pensi di votare sulla Meloni, ma ti tieni la Meloni e intanto non hai riformato una giustizia che in Italia non funziona”, incalza. Poi prende in mano la cartina dell’Europa in cui sono evidenziati in verde gli Stati dove c’è la separazione delle carriere, e ironizza: “una volta che voglio essere europeista io, non si può fare?”.

Infine, l’ennesima sottolineatura sui casi di cronaca, da Garlasco alla famiglia nel bosco, che per la premier “c’entrano eccome con questa riforma”. “Introdurre il principio di responsabilità – spiega – aiuta a risolvere” quei casi in cui prevalgono “approccio ideologico e negligenza”. Infine, l’attacco alla “crociata di alcune toghe contro il governo sull’immigrazione”. Mentre i comitati per il sì, tutti uniti, chiudono a Roma con un messaggio di Enzo Tortora dell’87, un altro protagonista indiscusso della campagna per il sì.

NO –  La cronaca aiuta il “No”. O almeno, fino all’ultimo minuto disponibile, il fronte dei contrari alla riforma della giustizia l’ha usata e citata e ricordata in tutti gli interventi. I sospetti sulla società del sottosegretario Andrea Delmastro, ora all’attenzione della commissione antimafia, sono affiorati in ogni comizio. Non solo quelli. Il presidente del M5s, Giuseppe Conte, ha riassunto la questione così: “Siamo passati dai padri costituenti, da Calamandrei, a Delmastro, Bartolozzi, a questi esponenti del ministro della Giustizia”.

Perché l’affaire Delmastro è stato l’ultimo a monopolizzare il dibattito. Penultime sono state le parole della capo di gabinetto del Guardasigilli, Giusi Bartolozzi, che aveva definito i magistrati dei “plotoni di esecuzione”. Dopo il comizio unitario di mercoledì, in piazza del Popolo a Roma, i leader del campo largo hanno chiuso la campagna per il “No” sparsi in mezza Italia: a Milano la segretaria del Pd Elly Schlein, per Avs Nicola Fratoianni a Torino e Angelo Bonelli a Roma.

“Noi non abbiamo politicizzato – ha detto Schlein – è stata Meloni a farlo. Il governo pensa che chi prende un voto in più non deve essere giudicato come tutti i cittadini. La giustizia non migliora mettendo i giudici sotto il controllo del governo”. E Conte: “C’è un’onda lunga: il primato della politica, che deve controllare la magistratura. Un progetto anticipato da anni. Ora stanno aggredendo la Costituzione per realizzare questo disegno”.

Bonelli l’ha tradotta così, parafrasando il segretario Matteo Salvini ai tempi del Papeete: “Questa riforma concentra troppo potere e mette a rischio gli equilibri costituzionali – ha detto Bonelli durante un volantinaggio – Il 22 e 23 marzo è fondamentale andare a votare e votare No ai pieni poteri”. Il M5s ha organizzato un evento a Roma, “La risposta è no. Fermiamo chi vuole più potere e meno giustizia”. Sede della manifestazione, il Palazzo dei congressi dell’Eur (lo stesso dove, 24 ore prima, FdI aveva chiuso la sua campagna per il Sì).

“All’inizio dell’anno – ha ricordato Conte – Meloni ha detto che la magistratura deve assecondare l’indirizzo politico del governo. Io avevo studiato che la magistratura tutela i diritti di tutti i cittadini. Si sta riscrivendo l’assetto costituzionale, i principi costituzionali”. Sul palco, giornalisti e giuristi. E poi contributi video dei comici. Prima Enzo Iacchetti, che ha intonato una canzoncina per il No: “L’ho presentata a Sanremo, ma l’hanno scartata, non so perché”.

Poi Ficarra e Picone: “Non è una riforma tanto per dire, cambiano 7 articoli della Costituzione. Ma quelli erano padri costituenti, questi non sono nemmeno nipoti”. In mancanza di sondaggi, la politica avanza a sensazioni. Nessuno pare troppo sicuro del risultato. “Il nostro è un appello a tutti e a tutte di andare a votare domenica e lunedì – ha detto Fratoianni – E di votare No per respingere una controriforma, quella Nordio-Meloni, che non affronta e non migliora i problemi della giustizia ma mina l’indipendenza della magistratura italiana”. Le menti sono proiettate a lunedì, quando le urne si chiuderanno e si tireranno le somme.

Per le opposizioni, il “No” sarebbe un avvertimento al governo, in vista delle politiche del 2027. “Noi Giorgia Meloni la batteremo alle prossime elezioni politiche – ha detto Schlein – Non abbiamo politicizzato questo referendum, abbiamo fatto tutta una battaglia sul merito di questa riforma”. Ma l’appello al No è nel rimbombo della cronaca. “Meloni ha detto che forse Delmastro non è stato molto attento – ha detto Conte – noi rispondiamo che non c’è spazio per i forse. Dobbiamo reagire a questo degrado senza forse, ma con un No al referendum. Un No forte, secco, sonoro”. 


Sandro Bennucci

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