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Papa Leone XIV: lezione dalla Spagna. Folla oceanica alla Sagrada Familia di Gaudì come risposta alla sinistra laicista di Barcellona

Papa Leone XIV con re Felipe e la regina Letizia (Foto dai social)

Il rientro di Papa Leone XIV dalla Spagna, anche se con il fuori programma del Falcon di Re Felipe, consegna alla Chiesa e all’Europa una lettura nitida: quando la parola è “disarmata e disarmante”, la sua forza non ha bisogno di proclami.

La presenza del Pontefice si è imposta con naturalezza, quasi come fosse inevitabile. È stata addirittura travolgente, in un paese che molti ritenevano ormai scivolato verso una deriva laicista, distante dalla propria vicenda spirituale e insensibile alla voce ecclesiale.

E invece la Spagna ha nell’occasione mostrato un volto diverso. Se l’accoglienza istituzionale è rimasta nei binari obbligati del protocollo, quella popolare ha superato ogni previsione: folle oceaniche, partecipazione diffusa, ascolto attento e non di circostanza. Segno che la dimensione religiosa
rimane solida sotto la superficie di una società che appariva secolarizzata in modo irreversibile.

Le contestazioni, ovviamente legittime, sono comunque rimaste ai margini. E non è sfuggito il disagio di alcuni esponenti del laicismo più accentuato, costretti a confrontarsi con la riproposizione pubblica, sobria ma costantemente esplicita e inequivocabile, della dottrina cattolica nei suoi contenuti più autentici e tradizionali.

Il viaggio ha inevitabilmente evocato la prima visita, delle sei complessive, di San Giovanni Paolo II. Avvenne nel 1982: dieci giorni di grande significato, in costanza del difficile passagggio in cui il la Spagna stava costruendo la sua identità democratica.

Anche Benedetto XVI si recò per ben tre volte nel Paese. Cosicché Leone XIV si inserisce in una linea di attenzione, premurosa e concreta, che il Soglio Pontificio ha sempre riservato a una nazione che fu
per secoli terra contesa e confine della cristianità, poi suo cuore pulsante e infine scenario di un attacco violento e sistematico contro ogni forma di espressione religiosa.

In questo quadro, la tappa di Barcellona ha assunto un valore simbolico particolare. L’inaugurazione della nuova torre della Sagrada Família, che svetta – dominandolo – sul profilo urbano, è un segno eloquente; come fosse un richiamo per un contesto che nel Novecento divenne laboratorio di egemonia della sinistra europea. Una città che, nell’estate del 1936, insieme a numerose uccisioni vide la distruzione o il danneggiamento di oltre centocinquanta chiese, conventi e istituti religiosi.

Anche lo studio di Gaudí fu dato alle fiamme. Una violenza sfrenata, attenuatasi solo quando Palmiro
Togliatti impose l’ordine del Comintern: la rivoluzione continuava, ma in modo più avveduto rispetto all’estremismo degli anarchici e dei loro alleati del POUM (Partido Obrero de Unificación Marxista), buona parte dei quali addirittura soppressi.

Oggi si tende a rimuovere ciò che disturba la costruzione discorsiva prevalente, ma la storia resta lì a ricordare che anarchismo e marxismo miravano all’annientamento della religione. Ma la sentenza è stata emessa. È pur vero che i credenti, sotto governi i più disparati, continuano a essere tangibilmente esposti a tante minacce: secondo Aiuto alla Chiesa che Soffre, il cristianesimo è la religione più perseguitata al mondo. E un regime comunista che controlla oltre un miliardo di persone è testimonianza pervicace di oppressione, anche nel suo approccio pesantemente intrusivo e limitante rispetto a qualsiasi manifestazione della fede, oltre che del libero pensiero.

Eppure, guardando la torre della Sagrada Família e le folle che hanno accompagnato Leone XIV, si conferma e si rafforza una prospettiva molto netta: non praevalebunt. Non è un caso che i visitatori annuali del cimitero londinese di Highgate, dove riposa chi ritenne di stroncare la religione definendola “l’oppio dei popoli”, siano oggi meno di quanti, in un solo giorno, si raccolgono attorno alla tomba di Pietro.


Carlo Corbinelli

redazione@firenzepost.it

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