Intervista al direttore musicale del Festival

Pagani: “Gualazzi? A Sanremo lo do favorito”

di Marco Ferri - - Eventi

Mauro Pagani

Mauro Pagani

FIRENZE – Per sette anni è stato il direttore artistico dell’Estate Fiorentina, tra il 2000 e il 2006. Sotto la sua guida geniale e sensibile, da Firenze sono transitati due volte i Radiohead, Patti Smith e tanti altri artisti, così come era nata una rassegna dal titolo “Il suono dell’anima” dedicata ai grandi solisti. Mauro Pagani – un passato da protagonista della Pfm, l’arrangiatore prediletto di Fabrizio De André, ma anche di Massimo Ranieri, Gianna Nannini, Ornella Vanoni, Roberto Vecchioni, Massimo Luciano Ligabue – è adesso approdato al Festival di Sanremo nelle vesti di “direttore musicale”, un ruolo non facile ma che l’artista ha preso maledettamente sul serio. Dopo la prima serata del Festival, infarcita di polemiche sulla “piazzata” di alcuni sostenitori del Cavaliere, primissimi bilanci e aspettative già s’intrecciano.

Pagani, com’è stato l’esordio della prima sera?

Sta andando tutto bene. A cominciare dall’azione di quei tre/quattro spettatori che hanno avuto da ridire sull’inizio dell’esibizione di Crozza: questo episodio ha subito messo alla prova la capacità di Fabio Fazio di reagire e di Crozza di proseguire. Io fortunatamente sto fuori da queste cose perché sono direttore musicale…

A proposito, ma che significa esattamente?

Significa che devo occuparmi, nell’arco di cinque giorni, di un numero spaventoso di canzoni: tra 65 e 70 brani. Il conto è presto fatto: 28 brani dei big, 8 dei giovani, e fanno 36. Altri 14 nella serata storica, e arriviamo a 50. Poi ci sono quelli degli ospiti, una quindicina, e fanno 65. Poi il Va pensiero e altre cose…

Comunque si tratta di un ruolo a lei congeniale…

Sì, anche grazie a un aiutante formidabile, Gabriele Comeglio, che mi sta dando una mano. Io ho dovuto leggere tutti gli spartiti, ascoltare i brani provarli. E non le dico la difficoltà del Va pensiero, un impegno difficile, che non ammetteva brutte figure in nessun modo.

Nella serata denominata “Sanremo story” si riposerà?

Assolutamente no. Dirigerò dieci pezzi su 14, con arrangiamenti tutti nuovi. Il significato della parola ‘riposo’ lo conoscerò da domenica prossima…

Quanto conta la collaborazione in questi casi?

Tantissimo. Ho avuto poco tempo per preparare tutto. Le liste dei big sono state presentate poco prima di Natale e intorno al 7/8 gennaio sono iniziate le prove. Praticamente abbiamo avuto meno di due settimane per mettere a punto tutta la macchina. Senza la collaborazione di persone valide tutto questo non sarebbe stato possibile.

Da un punto di vista musicale tuttavia la prima serata è stata un successo?

Secondo me sì. L’orchestra è stata perfetta. Sono professionisti eccezionali. E anche dietro al palco tutti gli artisti erano soddisfatti.

Neanche un po’ di tensione?

Sì, in effetti un po’ ce n’era. Relativamente al giudizio su quale brano avrebbe proseguito il suo cammino nel Festival. Nella scelta delle giurie, infatti, si innestano azioni legate al proprio lavoro e alla promozione dei brani stessi. Ogni cantante che viene a Sanremo esce con un disco pressoché in contemporanea…

Qualche sorpresa?

Per esempio Chiara Galiazzo era certa che sarebbe passato l’altro brano, L’esperienza dell’amore.

E Raphael Gualazzi?

Il suo pezzo che prosegue l’avventura, Sai (Ci basta un sogno), lo do da subito come favorito. È sentito, è scritto come un pezzo degli anni Cinquanta.

E stasera?

Non perdetevi Elio e la sua band di meravigliosi suonati, ma anche Cristicchi, Annalisa, i Modà, Malika Ayane. Tutti artisti molto interessanti.

Meglio arrangiare un pezzo di De André o dirigere un Festival?

Confronto difficile. Le composizioni di Fabrizio si lasciavano arrangiare facilmente. Diciamo che era un sentiero obbligatorio. A Sanremo conta la tradizione, ma serve l’innovazione. È nella ricerca di questo equilibrio che ci giochiamo la faccia. E io, effettivamente, qui sto imparando un sacco di cose perché mi confronto con gli arrangiamenti di tanti altri colleghi, costretti a pensare anche agli orchestrali. E ascolto i consigli di tutti, nessuno escluso.

E alla fine cosa si aspetta da questa esperienza?

Di uscirne vivo e di cominciare a pensare al mio disco che rimando ormai da troppo tempo. Vuoi per comporre la colonna sonora del nuovo film di Gabriele Salvatores, vuoi per Sanremo… e questo figlio non nasce mai. Anzi, se aspetto ancora, diventerà mio nipote. D’altra parte io ho sempre vissuto senza programmare i miei impegni…

Marco Ferri

Marco Ferri

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