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La scrittrice Josefina Plà

Perché è difficile essere donne

Josefine Pla Racconti
Josefine Pla  – Racconti – Le Lettere Editore

FIRENZE – Escono per la prima volta in traduzione italiana (curata da Francesca Di Meglio) i migliori racconti di Josefina Plá (1903-1999), scrittrice spagnola – ma paraguayana d’adozione – che del paese sudamericano in cui trascorse gran parte della sua vita fu figura intellettuale di primo piano, e con la sua personalità poliedrica e carismatica portò un contributo decisivo all’ammodernamento culturale di quell’arretrato paese.

Apprezzata soprattutto per la poesia, più che per la narrativa rimasta a lungo inedita, Josefina Plá fu anche giornalista, drammaturga, eccellente saggista, autrice di favole per bambini, e, alla scuola del marito ceramista, si cimentò persino nelle arti plastiche. Eppure Josefina Plá per il pubblico europeo (eccettuati i cultori di letteratura sudamericana) resta una sconosciuta. Ma questi racconti costituiscono un documento straordinario della società paraguayana tra gli anni Trenta e Sessanta del secolo scorso, e molti testi sono di grande interesse anche dal punto di vista letterario.

Ne sono protagoniste soprattutto le donne degli strati più umili della popolazione: donne poverissime, maltrattate, abbandonate, stuprate, cui è negata persino la speranza di un riscatto. Vite di stenti e di soprusi raccontate senza sentimentalismi, a ciglio asciutto, con un realismo che potrebbe apparire crudele se non affiorasse, sommessa, la profonda empatia dell’autrice nei confronti delle sue creature. Sappiamo del resto che per lei la scrittura era una specie di antidoto alla quotidiana sofferenza, un modo per esorcizzare il disagio e l’angoscia indotti da una realtà troppo spesso violenta e spietata.

Altro tema caro alla scrittrice è la rievocazione dell’epoca arcaica dei primi contatti tra etnie autoctone e conquistadores. Anche in questo caso Josefina Plá evita i luoghi comuni, scava nella psiche (ha meditato Freud e ce ne accorgiamo) e propone riflessioni tutt’altro che superficiali. In un racconto bellissimo che è anche il suo più noto, ‘La mano nella terra’, ambientato nel Paraguay del ’500, il protagonista morente, don Blas de Lemos, è un anziano hidalgo che ripercorre la sua vita come in una sequenza cinematografica, prendendo atto amaramente della propria estraneità al paese in cui era giunto tanti anni prima e ai suoi stessi figli nati dall’unione con le indigene: perché i suoi figli sono ‘figli della terra’, di quella terra, perché dalla madre india e non dal padre hanno ereditato cultura, tradizioni e soprattutto la lingua. Quella lingua guaraní così perentoria nel sancire l’esclusione, quando distingue il ‘noi’ includente, ñande, dal noi, appunto, escludente, ore. Quella lingua che si definisce con la stessa parola – ñe’e – che significa anima.

La presentazione a Firenze
La presentazione a Firenze

Gli inserti guaraní sono frequenti nel castigliano colto di Josefina Plá, e nella versione italiana sono stati lasciati intatti (anche se tradotti in nota o nel documentatissimo glossario): scelta, questa, che certo richiede un po’ d’impegno al lettore, ma che è fondamentale per dare un’idea, pur approssimativa e imperfetta, della varia mescolanza delle lingue nell’originale, nel quadro di quella suggestiva polifonia che è un elemento costitutivo dei cuentos.

Il lettore scoprirà in queste pagine un mondo remoto nello spazio e ormai anche nel tempo, eppure così sorprendentemente vicino a noi per i problemi prima sconosciuti che, nel frattempo, la società italiana si è trovata ad affrontare: la convivenza col diverso, le difficoltà dell’integrazione; cui si aggiunge il dramma antico e mai risolto, a dispetto dell’emancipazione femminile e della parità raggiunta in ogni campo, della violenza sulle donne. Le sconvolgenti cifre dei ‘femminicidi’ di cui tanto si parla in questi giorni ne sono tragica testimonianza.



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