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I sociologi non usano il righello

Dal 10 al 12 ottobre si celebra a Firenze il convegno nazionale dell’Associazione Italiana di Sociologia. Abbiamo chiesto a Fabrizio Vanni, tuttologo plurilaureato di limpida fama, quindi anche sociologo, un suo commento, come al solito graffiante. Eccolo.

Habe nun, ach, Philosophie, Juristerei und Medizin und leider auch Soziologie… durchaus studiert mit aller Muh.

Questo non lo poteva dire il Faust di Goethe all’inizio del primo atto, perché la sociologia non era ancora nata, ma io lo posso dire. Ebbene, sì, nessuno è perfetto. Anch’io ho studiato sociologia.

E mentre la studiavo, nelle aule allora ancora nobili del «Cesare Alfieri», nella ormai desueta via Laura a Firenze, come tutti i neofiti, mi lasciavo trascinare dall’entusiasmo e sintetizzavo in poche semplici frasi i concetti chiave, frutto di lunghe ricerche, più o meno collettive, degli ultimi decenni della disciplina.

Poi, sempre con l’entusiasmo del neofita, correvo da persona a me cara e gliele raccontavo.

Stridente è il fatto che quella persona, di regola compos sui, anzi decisamente freddina, con la sintesi beffarda tipica dell’Oltrarno fiorentino, notoriamente la parte più laida di una città laiderrima quant’altre mai, mi commentava l’esposto quasi sempre, anzi immancabilmente, con la stessa frase lapidaria: “Grazie al c.” con ciò volendo esprimere senz’ombra di dubbio la banalità assoluta dell’assunto da me riferito.

Già, perché la sociologia non ha mezze misure: o ci vende la banalità più piatta dopo un processo faticoso di avvicinamento e di calcolo dei fattori in campo che il buon senso di un QI intermedio sintetizza in un decimo di secondo oppure ci proietta in abissi vertiginosi di profondità inesplorate e spiazzanti.

Quest’ultima fattispecie, grazie quasi sempre alla sociologia tedesca, imparentata con la filosofia, quasi a esserne la sorella gemella – uscita però per ultima e quindi leggermente handicappata dal forcipe o dalle sfiancate pareti della magna Mater – che va da Max Weber e dal mezzosangue Pareto fino alla Scuola di Francoforte e a Marcuse e Habermas, che ne sono le ultime propaggini.

Quindi, se non sai il tedesco e se non sei un marxista critico che della Scuola di Francoforte continua a imperarsi per tenersi a galla, la sociologia la puoi usare solo per parlarne male.

Parlare male della sociologia fa fino in quasi tutte le altre discipline: gli storici poi se ti sentono parlar male della sociologia, anche occasionalmente al tavolo da pranzo di un simposio, hanno sovente polluzioni involontarie e diurne. I filosofi si limitano ad annuire come se loro l’avessero saputo a priori.

Certo che anche i sociologi se la cercano, se non tedeschi. Faccio un esempio. Avete mai visto un grafico e una formula matematica in un saggio di Theodor Wesengrund Adorno o di Max Horkheimer? No, perché loro erano furbi. Si guardavano bene dal quantificare, dal relazionare e dal posizionare. Il fumus indeterminationis era la loro forza.

Non come quel luminare della scienza politica italiana che, studiando i partiti italiani degli Anni Sessanta del secolo scorso, piazzò in un suo saggio un grafico che avrebbe dovuto dimostrare la distanza relativa del Partito Comunista Italiano essere maggiore di tutte quelle degli altri partiti dell’epoca.

Appena la vidi, in una lezione di Metodologia delle scienze sociali, tenuta da un allievo del luminare, che doveva anche aver messo mano al grafico e all’analisi sottostante a questo, presi un righello di quelli che vengono offerti con l’anno corrente allegato, sei mesi per faccia, e constatai che la Democrazia Cristiana, oggi apparentemente buonanima, era decisamente più distante dagli altri partiti rispetto al povero PCI buonanima. Almeno stando ai centimetri. Tipico dei sociologi: volere dare una dimostrazione scientifica di un assunto chiaramente ideologico e cascare sulle distanze tra i punti del grafico per assenza di un righello…

Godete, o storici; annuite, o filosofi.

sociologia

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