Dopo l'alluvione del 1966, il fiume fa ancora paura

Arno, la «cassettina» dei Renai

di Ernesto Giusti - - Cronaca, Lente d'Ingrandimento

Occorre poter fermare l'Arno a monte di Firenze

Occorre poter fermare l’Arno a monte di Firenze

«È un bel passo avanti verso la sicurezza contro le piene dell’Arno» ha commentato Anna Rita Bramerini, assessore regionale all’ambiente dopo aver firmato l’accordo per la cassa d’espansione dei Renai, i cui lavori dovrebbero cominciare nell’estate 2014.

Ma è proprio così? Ovvio che gli amministratori sorridano e invitino a tirar sospiri di sollievo ogni volta che parlano di Arno. Ma occorre distinguere: certi provvedimenti, tecnicamente parlando, non sono «passi», ma passettini. O speranze. Se non addirittura «amuleti» per esorcizzare il pensiero di un disastro tipo 1966.

A cosa servirà la «cassa» dei Renai? Non riguarda la sicurezza di Firenze, ma quella della Piana a valle della città e, un po’, della zona di Empoli. Potrà frenare fino a 13 milioni di metri cubi d’acqua.

Utile? Certo, ma non da sola. Soprattutto perchè, come sanno gli ultrancinquantenni che videro e soffrirono l’alluvione del 1966, il nodo di tutto è a monte di Firenze. Dove si sta lavorando per due casse d’espansione a Figline e per alzare la diga Enel di Levane. Obiettivo? Trattenere una trentina di milioni di metri cubi d’acqua. Poca cosa, purtroppo. Perchè nell’unico piano di bacino approvato (1999) e firmato dall’allora segretario generale, professor Raffaello Nardi, si parla della necessità di evitare che su Firenze si riversi una massa di 200 milioni di metri cubi d’acqua. Impresa ciclopica. Sia per la difficoltà di trovare gli spazi per nuove dighe e nuove casse d’espansione, sia per la mancanza di soldi (siamo nell’ordine del miliardo e mezzo di euro). Ma anche impresa da tentare, una volta per tutte, per combattere efficacemente la maledizione delle alluvioni che, dal 1170, incombe su Firenze e due terzi della Toscana. E bisogna anche evitare di lasciarsi trascinare dalla voglia di enfatizzare, di gioire, di rassicurare ogni volta che si fa qualcosa, tipo la «cassa» dei Renai.

Che fare? Decidere che la porzione di Toscana attraversata dall’Arno e dai suoi affluenti deve essere messa al sicuro. Dichiarare l’obiettivo priorità nazionale. E i soldi? Si devono trovare, magari rinunciando ad altre opere. Un esempio? Si parla tanto di salario garantito a tutti. Un’utopia. Meglio finanziare i progetti per la difesa idrogeologica, impiegando nei cantieri i disoccupati. Negli anni Sessanta, l’Italia cominciò a risollevarsi anche con il «Piano Fanfani», orientato sull’edilizia popolare. Oggi bisogna finalmente pensare a difendersi dal pericolo alluvioni, alimentato dal cambiamento climatico. Quel cambiamento che ha provocato morte e rovina nelle Filippine. E che alle nostre latitudini si può manifestare con frane e inondazioni. Occorre programmare. E non fare finta di aver dato risposte definitive firmando una carta che prevede una «cassettina» d’espansione a Lastra a Signa.

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Ernesto Giusti

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