Sul piccolo schermo i capolavori del passato

L’opera lirica ritrova spazio anche in tv

di Rosetta Migliorini Fissi - - Cultura

Il Teatro alla Scala di Milano

Il Teatro alla Scala di Milano

Sostanzialmente ignorata dalle reti ammiraglie della Rai, dal dicembre 2012, la lirica ha ora trovato un suo spazio su Rai 5. Le opere vanno in onda con regolarità, per la gioia dei melomani (pubblico di nicchia quanto si vuole, ma appassionato e attento): «come rugiada al cespite»… Nelle due ultime settimane, dal 13 febbraio al 1 marzo, sono state trasmesse «Madama Butterfly» dal Teatro Regio di Torino (ripresa, per la terza volta dal 2010, del fortunato allestimento con la regia di Damiano Michieletto) e, dal Teatro alla Scala di Milano, la «Lucia di Lammermoor» andata in scena nel 1992 con la regia di Pier’Alli. Due produzioni ormai «cult» che forniscono anche l’occasione per un interessante confronto tra modernità e tradizione nel campo della regia operistica, da sempre oggetto di un’accesa querelle.

MADAMA BUTTERFLY – Michieletto, giovane star di fama internazionale, ha dato di «Madama Butterfly» una lettura in chiave contemporanea, trasformandola in una storia «dura e scandalosa di turismo sessuale». L’azione si svolge in un sordido quartiere a luci rosse di un’imprecisata città asiatica; sulla scena, sovrastata da pannelli pubblicitari e da scritte al neon, una squallida umanità – molte le prostitute bambine –, vittima in egual misura della povertà e del mito del benessere. Al centro, una struttura cubica in plexiglass: è la casa – gabbia e prigione – in cui Cio Cio San trascorre la sua lunga attesa nutrendosi di vane illusioni. Butterfly è una ragazzina che, in t-shirt Hello Kitty color fucsia e jeans dozzinali, gioca con bambole e peluches in desolante solitudine. Pinkerton non è il giovane yankee affascinante e cinico di consolidata tradizione, ma un ubriacone arrapato, in là con gli anni e sovrappeso (a dirla tutta, pare inverosimile che, per quanto ingenua, Butterfly s’innamori perdutamente di questo panciuto e volgarissimo figuro). Kate, la moglie americana di Pinkerton, da personcina asettica e dabbene si tramuta in una sgradevole signora d’infima virtù, in tacchi a spillo e pacchiana giacca leopardata, che in combutta col marito rapisce il figlio di Cio Cio San caricandolo a forza su una limousine bianca: il poetico «fil di fumo» è dunque quello, mefitico e inquinante, del tubo di scappamento. Coerentemente al contesto, Butterfly si suicida non con il pugnale paterno, bensì con una pistola made in USA. Nessuno scandalo: Puccini ha spalle larghissime. Restano però certe sconcertanti forzature, riscattate in parte da una recitazione di alto livello. Non sempre alla stessa altezza la vocalità degli interpreti. M. Pisapia (Pinkerton) canta, per così dire, generosamente ma senza finezze. A. Mastromarino ( Sharpless) non ha l’emissione rotonda che il buonismo ipocrita del personaggio richiederebbe. Toccante, invece, la Suzuki di G. Lanza. La protagonista (A. Nizza), convincente sul piano scenico, presenta qualche acuto acidulo e sofferto, pochi colori, nonché un forte vibrato: mende che, peraltro, riesce con intelligenza a utilizzare in funzione della specifica caratterizzazione del personaggio. L’eccellente direzione di P. Steinberg esalta i vari aspetti della raffinata partitura pucciniana inserendola a pieno titolo nella grande tradizione novecentesca.

LUCIA DI LAMMERMOOR – Con la «Lucia di Lammermoor» scaligera (regia, scene e costumi curati dal fiorentino Pier’Alli) si è rientrati nel solco della messinscena più tradizionale. La vicenda è ambientata in un fosco notturno romantico, tra rovine gotiche appena illuminate dalla luna, interni cupi, costumi avari di colori vivaci. Già nel 1992 l’allestimento apparve alla critica un po’ datato, causa la disposizione ad altarino degli elementi scenici e la stereotipata gestualità del coro e dei cantanti. La regia evidenzia le carenze dell’opera sul piano dell’ azione drammaturgica, che si riduce a una serie di «tableaux vivants» eleganti ma statici. Per contro, questa produzione offre un cast canoro di primissimo ordine. Mirella Devia, lontana dal tragico pathos della Callas, dalle funamboliche acrobazie della Sills e dalla siderale metafisica della Sutherland, ci propone la sua Lucia: soave, melanconica, eterea, dalla voce pura e cristallina. In seguito quel canto da grande vocalista, privo all’epoca di accenti spiccatamente personali, avrebbe trovato accenti di maggiore intensità. R. Bruson (Enrico), specialista del canto donizettiano, pur dando il meglio della sua arte in personaggi dal fraseggio più sfumato e dalla psicologia più complessa, si conferma il grande baritono che conosciamo. V. La Scola (Edgardo), recentemente scomparso, esibisce una voce dal timbro caldo e squillante, privilegio di pochi. Ottimi anche C. Colombara ( Raimondo) e M.Berti (Arturo); pregevole la direzione di S. Rustioni. Insomma: una performance musicale, e soprattutto canora, che è un’autentica delizia per le orecchie dei melomani, e che raramente è dato ritrovare nelle esecuzioni attuali.

 

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