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Piero Fassino in piedi alla Leopolda 5

I tanti volti della #Leopolda5: da Fassino in piedi nell’ombra, agli imprenditori dell’Italia che produce

Leopolda 5
Folla sul palco di Matteo Renzi alla Leopolda 5

FIRENZE – C’è grande agitazione nelle prime file del parterre della Leopolda5. Tutti vorrebbero arrivare lì, magari sedersi davanti al palco, ma il doppio cordone della sicurezza regge. Gli addetti all’accoglienza, monitorati a vista da agenti della Digos, non concedono sconti a nessuno. Eppure c’è qualcuno dalle prime file si alza a metà mattinata, senza (come tutti) attendere l’intervento finale di Matteo Renzi.

Piero Fassino in piedi alla Leopolda 5
Piero Fassino in piedi alla Leopolda 5

Quel qualcuno, impossibile non riconoscere la sua figura anche se nella penombra, si chiama Piero Fassino, sindaco di Torino ma soprattutto esponente storico di quel Pd che potrebbe chiamarsi «rottamato». Lo scorso anno era in prima fila con l’allora segretario Pd Guglielmo Epifani. Quest’anno è in quarta fila. Difficile sapere se aveva previsto un intervento o meno. Sta di fatto che si alza, si mette in piedi seminascosto tra addetti alla sicurezza e reporter distratti, punta ancora lo sguardo verso il palco e poi all’improvviso scompare. In molti giurano che non lo hanno rivisto prendere posto a sedere. Di fatto è il simbolo dell’ex Pci-Pds-Ds-Pd messo definitivamente nell’angolo.

Non si riferisce certo a Fassino, ma Renzi nel suo intervento ha parole anche per loro: «C’è chi si imbarazza perché dopo 25 anni uno riesce a mettere insieme le persone che parlano di politica. A chi ha detto che la Leopolda è imbarazzante diciamo che non consentiremo a quella classe dirigente di riprendersi il Pd».

Silvio Bartolotti
Silvio Bartolotti

Sono tanti gli interventi della mattinata. Tra questi strappano molti applausi alcuni imprenditori, quelli che la vice segretario Pd Deborah Serracchiani definisce «non più padroni» ma persone che lottano «insieme a tutti noi» per un Italia diversa. Preceduto da un suggestivo filmato sul recupero del relitto della nave Costa Concordia, prende la parola Silvio Bartolotti, amministratore delegato della Micoperi di Ravenna, l’azienda che opera in ogni parte del mondo nel settore ingegneria sottomarina, «con navi italiane, equipaggi italiani, bandiera italiana». «Orgogliosi di portare il nome dell’Italia nel mondo. Abbiamo 3000 dipendenti, ma soprattutto è la squadra che siamo riusciti a metter su in tanti anni di lavoro che è riuscita in quell’opera di ingegneria che è stato il recupero della Costa Concordia». «Il giorno in cui quella nave si è staccata dall’isola del Giglio – ha detto Bartolotti – ho visto piangere di commozione i nostri tecnici, gli abitanti del Giglio, ma ho saputo anche tanta gente nelle loro case davanti alla televisione». Il problema di questi anni? «Per troppo tempo – dice l’ad di Micoperi – ci siamo ubriacati di benessere e così abbiamo perso la strada di casa. Creare lavoro vuol dire sacrificio per tutti. Quando assumo una persona non assumo una persona, ne assumo indirettamente centinaia: familiari, parenti, amici. Solo un esempio: in Romania ci sono iscritti 38.000 imprenditori italiani dei quali ben 25 mila operano direttamente in quel paese. Una filosofia che non ho mai voluto seguire. Al contrario è il momento di ridare fiducia a quegli imprenditori italiani che credono nel loro paese».

In precedenza avevano parlato anche Gianluigi Angelantoni, patron dell’omonimo gruppo di Perugia che opera nell’ambito delle energie rinnovabili ed efficienza energetica. «Non basta tutelare il paesaggio – ha detto – occorre tutelare anche il diritto alla salute». Da qui la richiesta alla politica di agevolare una politica di investimenti in quel settore, aiutando anche a bypassare quando possibile i blocchi che molte sovrintendenze stanno attuando per una presunta tutela del paesaggio.

Anche Fabrizio Di Amato, presidente di Maire Tecnimont gruppo milanese operante nel petrolchimico, sostiene che per far uscire l’Italia dalla crisi «dobbiamo portare la crescita che c’è all’estero anche qui da noi, agevolando l’esportazione». Da qui una politica di sostegno all’export anche sul piano fiscale.

 

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