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Leopolda, Renzi: «Il Pd lo gestisco io e non me lo faccio portar via. A sinistra non temo nessuno»

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L’entusiasmo del popolo della Leopolda per Matteo Renzi

FIRENZE – Fra i tanti applausi che i «leopoldini» gli avevano fino a quel momento tributato, l’ovazione da stadio è quasi alla fine del comizio di Matteo Renzi.

IL PD E’ NOSTRO – Quando il premier-segretario scandisce alzando il tono della voce: «Rispettiamo coloro che in Parlamento non la pensano come noi, rispettiamo i messaggi anche i più offensivi, ma a chi ha detto che la Leopolda è imbarazzante (il riferimento è a Rosy Bindi, ndr.) diciamo che non consentiremo a quella classe dirigente di riprendersi il Pd per riportarlo dal 41% al 25%. Non consentiremo di fare del Pd il partito dei reduci, saremo il partito del futuro».

FOSSATO NEL PARTITO – La divisione è netta: un fossato scavato fra il popolo della Leopolda e le Rosy Bindi, i Gianni Cuperlo, gli Stefano Fassina che hanno sfilato a Roma, sabato 25 ottobre, al maxi corteo della Cgil, pieno di slogan anti-Renzi.

SINISTRA E’ CAMBIARE – Così si è conclusa oggi, domenica 26 ottobre, la kermesse dei renziani alla ex stazione granducale fiorentina. Con una inevitabile conclusione politica: il premier-segretario non teme la piazza, né una sempre meno lontana scissione del suo partito. «Quelle come ieri della Cgil sono manifestazioni politiche – contrattacca Renzi dal palco della Leopolda -, e io le rispetto, e non ho paura che si crei a sinistra qualcosa di diverso, sarà bello capire se è più di sinistra restare aggrappati alla nostalgia o provare a cambiare il futuro»

RIFAREMO L’ITALIA – Ed ecco la sfida che il capo del Governo e del Partito democratico lancia ai suoi. La prima Leopolda di governo serve a riconoscersi, ripercorrere la strada fatta, ma soprattutto a far capire a tutti che adesso la musica cambia. «Poche ciance, questa è un’altra Leopolda – attacca Renzi -. Siamo al governo, ma non siamo lì per consolidare noi stessi . Ora è il momento di prenderci sul serio. Il paese va cambiato perché questo è il nostro compito: restituire all’Italia speranza, dignità, coraggio».

ART.18? COME IPHONE A GETTONE – In questa cornice ideale ecco la ricetta del premier per far ripartire il Paese dal mondo del lavoro. «Per anni ci siamo divisi in modo profondo tra chi voleva combattere il precariato organizzando manifestazioni, e chi voleva farlo organizzando convegni – dice Renzi -: ma il precariato si combatte innanzitutto cambiando la mentalità delle nostre imprese, e le regole del gioco». E sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori va giù duro. Ma in mezzo agli applausi: «Nel 2014 aggrapparsi ad una norma del 1970 che la sinistra di allora non votò è come prendere un iPhone e dire dove metto il gettone del telefono? O una macchina digitale e metterci il rullino. È finita l’Italia del rullino». Poco prima Renzi aveva spiegato: «Il mondo sta cambiando a tutta velocità, ne puoi discutere ma il posto fisso non c’è più. E non perché l’abbiamo scelto noi. È cambiato il mondo, è cambiato tutto ciò che ci circonda, il modello fordista non c’è più. E allora cosa fa un partito di sinistra? Fa un dibattito ideologico sulla coperta di Linus o crea le condizioni perché chi perde il lavoro abbia le condizioni per cui lo Stato se ne prende cura?».

JOBS ACT PER DARE TUTELE – È questo infatti, per il premier, il senso del Jobs Act: non solo le modifiche all’articolo 18, con il ricorso al reintegro da parte del giudice solo in caso di licenziamenti discriminatori e disciplinari, ma soprattutto gli aiuti ai disoccupati, gli incentivi economici alle aziende per assumere a tempo indeterminato con contratti a tutele crescenti; e «lo Stato che si prende cura di chi vive la tragedia di restare senza lavoro offrendogli più di una possibilità di trovarne un altro, anche con dei corsi di formazione, senza che però il cittadino se ne approfitti dicendo sempre no».

EUROPA, BASTA AUSTERITA’ – Il tema del lavoro è al centro anche per quanto riguarda l’Unione Europea. Che deve «smettere di concentrarsi sull’austerità. Noi i conti in ordine li teniamo per i nostri figli, ma ricordiamo che l’Europa è nata per creare posti di lavoro», dice Renzi, assicurando la platea che esistono ancora sistemi di regole in Europa che «oggi farebbero diventare euroscettici anche Adenauer e De Gasperi».

OMAGGIO A NAPOLITANO – Una difesa, non solo istituzionale, ma politica, arriva dal premier nei confronti del Capo dello Stato. «Quando si sentono tante menzogne nei confronti del nostro Presidente della Repubblica, credo sia doveroso che l’Italia per bene faccia sentire tutto l’affetto».

OGGI E’ NATO IL PD – In appoggio alle tesi che poi Renzi avrebbe di lì a poco espresso dal palco, e a testimonianza della mutazione in corso all’interno del Pd, era stato l’intervento del ministro per i Beni culturali, Dario Franceschini. Il Pd a pezzi dopo il confronto-scontro fra i leopoldini di Matteo Renzi e il milione in piazza a Roma con la Cgil? «No, al contrario: è finalmente nato il Pd – ha sostenuto Franceschini – ora finalmente nel partito si discute: dobbiamo lasciarci alle spalle la vocazione minoritaria e i partiti identitari in cui sono tutti d’accordo, siamo un partito a vocazione maggioritaria come avremmo sempre dovuto essere. Non siamo solo il partito della piazza.»

19MILA IN 3 GIORNI – A consuntivo della Leopolda 5, la prima «di governo», gli organizzatori hanno reso noti alcuni numeri: sono state 19 mila in tre giorni le presenze registrate. Solo nella giornata di oggi i partecipanti sono stati 7 mila, con qualche centinaio di persone che sono rimaste fuori dalla storica stazione e hanno seguito i lavori sui 5 maxischermi. I giornalisti accreditati sono stati 608.

 

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Domenico Coviello

Giornalista

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