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Alluvioni, Renzi ora faccia sul serio: basta argini di polistirolo o … gonfiabili

Maltempo e alluvioni Toscana sempre a rischio
Maltempo e alluvioni: anche la Toscana è sempre a rischio

Ha ragione, Matteo Renzi, quando punta il dito sulle Regioni, chiedendo loro conto del disastro idrogeologico, con alluvioni e frane dalle Alpi alla Sicilia, dal momento che da quando sono nate, oltre 40 anni fa, hanno avuto competenze dirette sul territorio. I consiglieri del premier, come al solito, hanno avuto fiuto nel suggerire dove avrebbe dovuto colpire per fare un figurone anche in un momento drammatico. Il problema è che alla critica, anche rovente, non segue coerenza nelle scelte: perché i 7 miliardi, anche di provenienza comunitaria, che potranno essere investiti per tentare di mettere al sicuro questo disastrato Paese saranno di nuovo affidati alle Regioni, insieme a poteri straordinari. Come prevede del resto il decreto Sblocca Italia, che fa confluire tutte le risorse nell’accordo di programma Stato-Regioni e quindi delega ai governatori l’attuazione degli interventi con tanto di super poteri. Quindi i suoi consiglieri avrebbero anche dovuto metterlo in guardia da questa vera e propria abdicazione.

TERRA RUBATA – Il problema? Serve una scossa vera, un cambiamento di passo rapido, deciso, rivoluzionario. Sono decine d’anni (prima su La Nazione e, più recentemente, su FirenzePost) che richiamo l’attenzione sul rischio alluvioni. Si capisce che ho sempre puntato l’attenzione sull’Arno perché ho ancora negli occhi il disastro di Firenze del 1966, ma i due libri e le migliaia di articoli che ho scritto hanno sempre avuto un comune denominatore: scuotere politici e amministratori sul pericolo inondazioni. Ricorrendo anche a semplificazioni capaci di toccare l’immaginazione:  per esempio descrivere l’Arno  come un torrente con sfrenate ambizioni di fiume. Descrizione poi abbondantemente copiata. Che vale per tanti corsi d’acqua nazionali: capaci di diventare improvvisamente giganteschi fino a travolgere ogni cosa. Soprattutto case e insediamenti produttivi costruiti senza tener conto che quei progetti rubavano terra ai fiumi. E che i fiumi, ora più spesso di prima, possono riprendersi i loro domini a piacimento.

TOSCANA – La Regione Toscana non si è comportata peggio di altre. Il suo problema, comune un po’ a tutte, è  di avere tante articolazioni che impongono tavoli di concertazione (con i comuni, quel che resta delle province, eccetera, eccetera…) e poche certezze realizzative. Affidate, quest’ultime, spesso a consorzi che riscuotono bollettini annuali dai cittadini, ma che, di fronte alle emergenze, non sempre si mostrano all’altezza del compito. Talvolta appaltano e subappaltano i lavori, magari puntando al massimo ribasso.  La vicenda dell’argine del torrente Carrione, a Carrara, ricostruito – così si dice- usando anche polistirolo, pare emblematica. Così come sorprende, fino all’indignazione, l’idea dell’assessorato regionale all’ambiente di mettere al sicuro il centro di Firenze con qualche chilometro di costosi (5 milioni) argini gonfiabili. Ripeto: non importa aver visto, come capitò a me, Firenze trasformata in un enorme lago, il 4 novembre 1966, per capire che un argine gonfiabile diventa un misero canottino spazzato via dalla corrente quando scende una valanga d’acqua da 4.100 metri cubi al secondo. L’argine gonfiabile può servire in campagna, al posto dei sacchi di sabbia, ma per proteggere una città vetrina da invasioni di milioni di metri cubi d’acqua misti a fango bisogna pensare, onestamente, a ben altro.

TRE PROGETTI – In 48 anni, lo Stato ha finanziato tre grandi progetti per evitare una nuova, devastante alluvione di Firenze: affidati agli ingegneri idraulici De Marchi e Supino nel 1967; al professor Carlo Lotti (progetto Pilota dell’Arno) verso la fine degli anni Settanta; al professor Raffaello Nardi, che completò il primo piano di bacino dell’Arno nel 1999. Tre grandi e accurati studi, costati milioni e milioni di vecchie lire, arrivati più o meno alla stessa conclusione: la necessità di fermare 200 milioni di metri cubi d’acqua a monte di Firenze. E’ vero che per realizzare quei progetti servirebbe almeno un miliardo di euro, ma è altrettanto vero che un’altra alluvione di Firenze potrebbe costare 15-20 miliardi di euro. Oltre al sacrificio di vite umane e al rischio per il patrimonio d’arte e cultura per cui Firenze, da sempre, è quel che è e conta quel che conta. E allora? Bisogna cominciare a fare i lavori che servono.

AUTORITA’ DI BACINO  – Alzare la diga Enel di Levane (anche se prima bisognerebbe verificare se non conviene togliere i fanghi che pare siano accumulati sul fondo) e realizzare le casse d’espansione di Figline è un utile avvio. Ma da anni se ne parla e non si procede, nonostante ci si consoli inaugurando cantieri che poi non lavorano. Più che la Regione, che non ha dimostrato di avere braccia esecutive dirette, occorrerebbe puntare su strumenti più agili: per esempio le autorità di bacino che hanno compiti di programmazione ma non le competenze per realizzare concretamente le opere. Nate nel 1989 con la legge per la difesa del suolo, sono rimaste lì, come splendidi pensatoi, a disegnare bellissimi piani: buoni per finire nei cassetti. O rinchiusi nei file. Invece dovrebbero assumere responsabilità dirette anche per risolvere l’altro, immenso problema: lo sbriciolamento delle competenze. E’ mai possibile che sullo stesso fiumiciattolo debbano decidere: Regione, Provincia, comune, autorità di bacino, consorzio tale o tal altro. Senza contare che il portafogli ce l’ha il governo, attraverso il ministero dell’ambiente. In Inghilterra tutto è più semplice: l’Autorità del Tamigi riscuote le bollette e pensa a ogni cosa. E in caso di disastro ambientale c’è chi ne risponde. Duramente. Quindi, se vuole davvero dare un taglio con il passato, Renzi affidi alle autorità di bacino compiti e responsabilità certe, visto che anche le direttive europee chiedono forti autorità di distretto. Le Regioni possono controllare e sollecitare. Magari senza proporre argini gonfiabili.

 

 

 

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Sandro Bennucci

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