Arriva a Firenze «Il malato immaginario» di Molière. Al Teatro di Rifredi

Il-malato-immaginario-nella-foto-A.Costagli-L.Socci-D.Frosali-foto-di-A.Botticelli1
Il-malato-immaginario-nella-foto-una-scena
Una scena de «Il malato immaginario» con la regia di Ugo Chiti

FIRENZE – Arriva al Teatro di Rifredi «Il Malato immaginario» di Molière nell’adattamento di Ugo Chiti, che ne ha curato anche la regia. In scena la storica Compagnia Arca Azzurra Teatro,  con cui Chiti lavora da oltre trent’anni.

 Che Jean-Baptiste Poquelin, in arte Molière, lo volesse o no, «Il malato immaginario» è risultato il suo testamento teatrale. Primo attore di Luigi XIV, nel prologo scrisse di aver ideato la commedia per il puro divertimento del suo sovrano, reduce dalla guerra. Il debutto della pièce, farcita di musica e danze, avrebbe dovuto essere alla presenza del Re Sole il 10 febbraio 1673, ma poco prima questi ritirò il favore a Molière a vantaggio del fiorentino Lulli, cui accordò il monopolio in questo genere di spettacoli. Molière andò in scena lo stesso, interpretando di persona il ruolo di Argante, il malato immaginario. Nella realtà tanto sano non era più; le delusioni e i dispiaceri dell’ultimo anno lo avevano abbattuto e il 17 febbraio 1763, subito dopo la quarta rappresentazione della commedia, Molière andò a raggiungere la sua grande ispiratrice Madeleine Béjart, morta lo stesso giorno un anno prima.

La comédie-ballet «Il Malato immaginario» (titolo che tradisce un po’ l’originale: nel francese del XVII secolo il termine “imaginaire” significava anche ‘pazzo’) è una farsa all’antica, in cui Molière sfoggia l’abilità di oltre trent’anni di lavoro da commediante; vi riversa tuttavia anche la visione del mondo di un cinquantenne disincantato, e in questo il dramma è modernissimo. Dietro l’irresistibile comicità traspare lo stato d’animo di chi ha perso la fiducia negli uomini e probabilmente la voglia di vivere. Il  protagonista, in mezzo alle sue follie, piazza svariate battute quanto mai lucide e razionali, ogni tanto anche ciniche, specchio delle amare riflessioni dell’autore, che veicola attraverso la buffoneria una denuncia piuttosto corrosiva della società contemporanea.

La trama. L’ipocondriaco Argante vive circondato di medici, che lo raggirano e tirano in lungo finte cure per spolparlo. Il presunto malato, per assicurarsi cure più assidue, vorrebbe costringere la figlia Angelica a sposare il figlio del suo dottore, un giovane sciocco e pedante. Si sfiora il dramma, ma provvedono a rimediare il razionale fratello di Argante, Beraldo, e l’astuta serva Tonina, che, fra battibecchi, travestimenti e commedie nella commedia, riusciranno non solo a traghettare Angelica dall’inviso pretendente all’amato e naturalmente osteggiato Cleante, ma anche a svelare le trame di Belinda, matrigna di Angelica, finta mogliettina premurosa e vera arpia interessata solo ad ereditare il patrimonio del marito. Tutto finisce in gloria, con la pensata di Beraldo di far proclamare Argante medico da un coro di otto porta clisteri, sei speziali e ventidue dottori che ballano e cantano in latino maccheronico, naturalmente tutti commedianti assoldati per compiacere ed esorcizzare la follia del fratello. Alla fin fine, per diventare medico, basta indossarne il camice…

Il personaggio di Argante, tolti un po’ di dettagli caricaturali, è indubbiamente attuale: la tendenza a farzi raggirare da miracolosi medici e mirabolanti rimedi, anche in metafora, di certo non si è esaurita. Il regista Ugo Chiti definisce il capolavoro di Molière una «farsa-commedia intrisa di realismo, dove i personaggi si muovono sulla ritmica dell’intreccio comico occhieggiando alla commedia dell’arte senza tralasciare, dietro il lato ridicolo della vicenda, quella seconda lettura d’ombra che lascia intuire la natura più sinistra di figure inquiete; caratteri teatrali che sfiorano il tragico con il ghigno divertito di maschere comiche. Adattamento e regia cercano questa doppia, obliqua lettura necessaria in un testo contaminato da molteplici segni teatrali, dove convivono insieme pantomime metafisiche e amare riflessioni sulla natura dell’uomo. Ne “Il Malato immaginario” si spariglia così il gioco: i caratteri ridicoli o stravaganti, che attingono al farsesco dichiarato, cercano risonanze più reali in grado di evidenziare lo smarrimento esistenziale e di avvicinarli alla riconoscibilità del contemporaneo. È un testo ambiguo che, dietro l’inossidabile e perfetta macchina teatrale, sembra occultare il tema portante: commedia sì sulla ‘delusione medica’ ma forse, ancora più presente, è la disamina sull’uomo vinto dalle illusioni».

Teatro di Rifredi – Via Vittorio Emanuele II, 303 –  Firenze

da giovedì 27 a domenica 30 novembre (feriali ore 21 – domenica ore 16.30)

Arca Azzurra Teatro presenta «Il malato immaginario» di Molière; adattamento, ideazione dello spazio, costumi e regia Ugo Chiti; con Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci, Gabriele Giaffreda, Elisa Proietti; assistente ai costumi Dagmar Elisabeth Mecca; luci Marco Messeri; musiche Vanni Cassori; arredi di scena Francesco Margarolo

Info: 055/4220361 – www.toscanateatro.it

prosa, Teatro di Rifredi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.

Firenze Post è una testata on line edita da Toscana Comunicazione srl
Registro Operatori della Comunicazione n° 23080