La figlia Maria Fida ha rivelato che rinunciò al viaggio solo all'ultimo istante

Strage dell’Italicus: su quel treno doveva salire Aldo Moro. La Regione ricorda 40 anni dopo

di Paolo Padoin - - Cronaca, Lente d'Ingrandimento, Politica

La strage delel'Italicus

La strage dell’Italicus, il 4 agosto del 1974

Avrebbe potuto essere una strage spaventosa, uno dei massacri più feroci mai orditi: da mano criminale: la bomba era disposta su un treno che correva in una notte d’agosto (il 4 agosto 1974), in periodo di vacanze e di trasferimenti, trasportando quasi mille persone. Il treno transitava nella galleria dell’Appennino, che con i suoi diciotto chilometri e mezzo avrebbe potuto moltiplicare gli effetti dell’esplosione; per fortuna alle 1,23, quando avviene lo scoppio, la quinta vettura – una carrozza delle ferrovie tedesche su cui era stato sistemato l’ordigno – si trova a soli cinquanta metri dall’uscita della galleria.

Così, grazie alla forza d’inerzia, il treno riesce a raggiungere la stazioncina di San Benedetto Val di Sambro con una sola carrozza in fiamme. Ma a seguito dello scoppio dodici persone rimangono carbonizzate, decine rimangono ferite, altre ancora in preda al terrore, si gettano dai finestrini per cercare scampo. La magistratura ha imboccato nelle indagini la pista dello stragismo nero, neofascista, ma due diversi processi (Italicus e Italicus bis) e una pronuncia della Cassazione non hanno condotto ad alcun risultato. La Corte di assise di appello di Bologna, in sede di rinvio, ha assolto gli imputati Tuti e Franci con formula piena nel 1991 e la Cassazione ha reso definitiva l’assoluzione il 24 marzo 1992.

Dunque la strage dell’Italicus è rimasta senza colpevoli, come tante altre. L’ultimo capitolo sull’oscura vicenda dell’Italicus si registra quest’anno. Nell’aprile 2014 Maria Fida Moro ha rivelato che suo padre Aldo Moro aveva detto ai familiari, già partiti per le vacanze in Trentino, che li avrebbe raggiunti il giorno dopo in treno. Quel treno era l’Italicus. Moro, ha raccontato Maria Fida Moro, salì in carrozza ma all’ultimo momento fu costretto a scendere per firmare importanti carte di Stato. Un episodio che Moro rivelò solo ai familiari. L’ennesimo tassello di un intrigo che resta irrisolto e lascia impunita la morte di 12 persone.

Adesso il Consiglio regionale della Toscana, guidato dal presidente, Alberto Monaci, intende ricordare il 40° anniversario della strage in una data quanto meno inusuale. Infatti ha organizzato per il  9 dicembre, insieme all’Istituto storico  per la Resistenza in Toscana, una giornata per il ricordo di quel tragico evento. La giornata si divide in due sessioni:  quella della mattina presso lo Spazio Alfieri dedicata alla documentazione dell’evento e quella del  pomeriggio a Palazzo Strozzi Sacrati, durante la quale esperti e politici discuteranno ancora una volta della questione e della destra neofascista in Toscana.

Saranno ricordate le altre stragi collegate ai treni, in particolare quella del rapido 904 del 23 dicembre 1984, dieci anni dopo quella dell’Italicus, che causò la morte di 16 persone, fra cui tre bambini, e il ferimento di altri 267 viaggiatori. Per quest’ultimo attentato, avvenuto sempre nella galleria dell’Appennino, la magistratura, dopo 5 processi nei quali si era intrapresa la via degli accertamenti sull’azione della mafia e dell’eversione nera, aveva già condannato, con sentenza divenuta definitiva nel 1992, l’ex capo della famiglia mafiosa di Porta Nuova Pippo Calò — il “cassiere” di Cosa Nostra —i suoi collaboratori Guido Cercola  e Franco Di Agostino e Friedrich Schaudinn, esperto di elettronica e artefice del congegno che fece esplodere la bomba mentre il treno correva in galleria. Adesso, proprio nei mesi scorsi, nel processo contro Cosa Nostra e Totò Riina in corso a Firenze, si è aperto un nuovo scenario, in quanto sulla scorta delle dichiarazioni di alcuni pentiti, fra cui Giovanni Brusca, e delle perizie sugli esplosivi, Riina è accusato di essere stato il mandante, determinatore e istigatore della strage da lui programmata e decisa con l’impiego di materiale (esplosivo e congegni elettronici) appartenenti all’organizzazione ed utilizzato poi, in parte, anche nelle successive stragi degli anni Novanta.

Ormai sono abbastanza … in là con gli anni, per ricordare esattamente i due episodi. La mattina dell’attentato all’Italicus dovevo partire da Firenze per Parigi, ma alla stazione di Santa Maria Novella i tabelloni informavano di gravi ritardi per le partenze verso Bologna, senza ovviamente spiegarne il motivo. Il nostro treno, istradato via Genova, partì con ritardo di 4 ore, ma solo all’arrivo seppi quello che era accaduto. L’episodio del rapido 904 l’ho vissuto invece direttamente da capo di gabinetto del prefetto di Firenze. Il prefetto Mannoni si recò sul posto e io restai in ufficio, insieme ad altri colleghi, per i necessari contatti con le altre autorità e col Ministero.

Questi morti innocenti chiedono ancora giustizia. Non si è fatta abbastanza luce su quel periodo e il processo in corso a Firenze continuerà ancora a scavare sulle responsabilità del Capo dei capi della mafia, su quell’episodio della vigilia di Natale di trent’anni fa. Dubito che i dibattiti fra gli  esperti e le rievocazioni postume, organizzate da volonterose associazioni e istituzioni, possano contribuire realmente alla scoperta di una verità diversa da quella definita in molti processi che la magistratura porta avanti da decenni, ma credo che il dibattito su questi temi sia utile per non far passare nel dimenticatoio un’epoca buia della nostra storia e tante vittime innocenti. Così com’è opportuno continuare a ricordare le vittime del terrorismo di estrema sinistra, i cui responsabili hanno pagato solo in parte i loro delitti, grazie alla nostra legislazione premiale, e sono anzi osannati da una certa cultura della sinistra radical chic. E anche da molte istituzioni locali.

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Paolo Padoin

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