Fra un mese il terzo anniversario della tragedia

Concordia, Schettino: «Tra morire o tuffarsi ho scelto la scialuppa»

di Redazione - - Cronaca

Schettino in aula al processo sul disastro della Concordia

Schettino in aula al processo sul naufragio della Concordia

GROSSETO – A sentirla raccontare da lui, al processo di Grosseto per il naufragio della Costa Concordia (32 vittime), è stata un scelta operata per cause di forza maggiore, non una fuga da comandante codardo. Per Francesco Schettino, quella tragica notte del 13 gennaio 2012, si trattava di scegliere se tuffarsi dalla nave, cadere, salire su una scialuppa. O morire intrappolato nella Costa Concordia, ormai ribaltata su un fianco. Il comandante scelse la scialuppa e lasciò la nave.

È questa la sua difesa, oggi 13 dicembre al processo, dall’accusa di abbandono della nave. «In quel momento tra morire, tuffarsi o cadere, sono andato sulla scialuppa», ha detto Schettino, interrogato per la quinta udienza (tre consecutive), totalizzando oltre 35 ore di domande e risposte. L’alternativa, mentre la Concordia si ribaltava e «c’era tensione anche perché era difficile sganciare la scialuppa», ha spiegato, era «morire o buttarsi fuori dall’ombra della nave. Riuscimmo a uscire in tempo, dopodiché la nave si abbatté».

«Purtroppo però ci furono persone rimaste incastrate tra i terrazzini, morirono – ha detto apparendo commosso -. Sono momenti indimenticati». Poi ha proseguito, sentito dai suoi avvocati. E parlando delle operazioni di sganciamento e ammaino delle scialuppe, che furono molto difficoltose per l’eccessiva inclinazione della nave, Schettino ha detto: «Sono pronto ad avere la mia quota di responsabilità». Frase che ha destato attenzione perché è la prima volta in cui l’imputato ha ammesso una qualche sua colpa, così come quando ha detto che «fu un’imprudenza deviare dalla rotta consueta» per accostare al Giglio.

Sulla responsabilità di Schettino il procuratore capo di Grosseto, Francesco Verusio, dopo l’udienza ha commentato che il suo «contributo causale al naufragio, ai 32 morti e agli altri reati è stato assolutamente determinante», anche rispetto ai suoi ufficiali, «il contributo dei quali è stato accertato e già sanzionato coi patteggiamenti».

Nel controesame del pm Stefano Pizza, che lo ha messo sotto pressione, Schettino, infatti, aveva attaccato di nuovo gli ufficiali sul ponte di comando anche per non avergli detto di essere fuori rotta, rimanendo zitti. «Forse pensavano di essere sull’aereo Concorde, e non sulla Concordia, e di volare sopra la montagna» del Giglio, ha ironizzato Schettino. «Se mi avevano dato i dati corretti ed avessi avuto 30 secondi in più la manovra» d’emergenza «riusciva». «Forse che eravate tutti in un incantesimo?», ha detto Pizza parlando anche di soggezione psicologica degli ufficiali verso Schettino. «Se è così facciano altri lavori, i miei ufficiali preferirono il morire al parlare» col comandante, ha affermato Schettino: comunque «il mio incantesimo si è rotto quando ebbi la visione della schiuma» del mare presso gli scogli affioranti. Ma era troppo tardi e la Concordia schiantò.

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