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Gli uffici di Gucci a Firenze

Firenze, Gucci dopo il servizio di Report su RaiTre: «Diffamati da Milena Gabanelli!»

La sede di Gucci alle porte di Firenze
La sede Gucci, alle porte di Firenze

FIRENZE – La storica maison di moda Gucci svergognata o, al contrario, pesantemente diffamata? Questo lunedì 22 dicembre, quasi alla vigilia di Natale, è un nuovo day-after da incubo per le grandi griffe del Made in Italy. Dopo il caso Moncler, infatti, la trasmissione Report di Milena Gabanelli ha colpito proprio Gucci, nella puntata di ieri 21 dicembre su Rai Tre.

REPORT – Nelle intenzioni, Report ha voluto affrontare un fenomeno molto spinoso che sta mutando profondamente il Made in Italy: l’artigiano in regola che viene sostituito con i più concorrenziali lavoratori cinesi. Parte della responsabilità – è l’accusa di Report -, tocca a chi gestisce i marchi del lusso, in modo sempre più famelico, cercando di aumentare i propri fatturati a scapito di valori, anche economici, importanti. Al centro dell’inchiesta è finito questa volta il marchio fiorentino Gucci, di proprietà del gruppo francese Kering che da dieci anni garantisce una filiera etica e controllata grazie alla certificazione SA8000 sulla responsabilità sociale.

GUCCI – Dopo la trasmissione, la levata di scudi è stata netta. La maison «si dissocia nel modo più assoluto dai contenuti e dalla forma del servizio». «La signora Gabanelli – si legge in una nota della casa di moda – non ha mai posto a Gucci alcuna domanda pertinente su quanto da cinque mesi stava girando. Telecamere nascoste o utilizzate in maniera inappropriata, solo in aziende selezionate ad arte da Report (3 laboratori su 576), non sono testimonianza della realtà Gucci». Il servizio di Report ha accusato Gucci di consigliare l’utilizzo di forza lavoro cinese a basso costo. «Tutto ciò è falso e destituito di ogni fondamento e fortemente diffamatorio – si difende la maison – Così come lo è la frase del servizio ‘all’interno dell’azienda …ci deve essere un prestanome italiano’». «Accordarsi a insaputa di Gucci con laboratori che utilizzano manodopera cinese a basso costo e non in regola – sabotando i sistemi di controllo in essere – è una truffa dalla quale Gucci si dissocia e che perseguirà in tutte le sedi», spiega ancora la nota. Gucci «produce il 100% della pelletteria in Italia dando lavoro a oltre 7mila addetti tra fornitori di primo livello (1.981) e fornitori di secondo livello. Di questi addetti, circa il 90% sono di nazionalita’ italiana, mentre tutte le 576 aziende sono italiane. Tutti i fornitori di primo e di secondo livello vengono regolarmente controllati (circa 1.300 verifiche l’anno, anche notturne) sul rispetto delle regole e il corretto trattamento delle persone. Ricordiamo che il lavoro notturno, se svolto secondo la normativa, non e’ reato: si chiama straordinario o turnazione».

CONFARTIGIANATO – «Purtroppo, Report dice il vero», attacca, al contrario, il presidente dei Pellettieri di Confartigianato Firenze, Niccolò Giannini. Sulla «corresponsabilità di Gucci» Confartigianato afferma però di non pronunciarsi, avendo scelto di «non far parte dell’accordo che lega la griffe ai sindacati del territorio e alle associazione industriali e artigiane». «Il sistema che manda a casa i dipendenti italiani – spiega Giannini – sostituendoli con quelli di nazionalità cinese, assunti (solo sulla carta) part-time per lavorare invece il doppio, se non il triplo delle ore, è estremamente diffuso sul territorio fiorentino. Così come frequentissimo è il mancato rispetto, da parte delle imprese cinesi, delle più elementari norme sulla sicurezza sul lavoro. Per non parlare poi della contraffazione, tanto che 5 delle province italiane più esposte a tale rischio in campo manifatturiero sono proprio toscane: Prato, la più a rischio d’Italia, Firenze al terzo posto, Arezzo al quarto, Pistoia al quinto e Pisa all’ottavo». Tra i temi più controversi, rileva ancora Giannini, c’è il giusto compenso orario, per «un comparto in cui almeno l’80% dei pellettieri lavora come conto terzista, direttamente o in secondo livello, per una grande griffe. Dopo lunghe trattative tra associazioni degli artigiani e degli industriali, nel 2012 è stato concordato un costo di lavoro non inferiore a 0,32 centesimi/minuto. Ma il numero degli artigiani costretti a lavorare anche a 0,29 centesimi/minuto, pur di non perdere la fornitura, non è certo irrisorio. Così come le richieste da parte delle griffe di eseguire le commesse in minor tempo. Oltre a questo, si rimarca il fatto che il costo minimo è solo un suggerimento, non un obbligo. Una specie di indicatore, sia per il contoterzista che per la griffe, della soglia di concorrenza sleale».

ENRICO ROSSI – Dal servizio di Report su Gucci non esce bene neppure la Toscana. E ad arrabbiarsi è stato oggi anche il presidente della Regione, Enrico Rossi. «Definire la Toscana una ‘zona franca’ è un insulto che respingo al mittente – ha dichiarato il governatore -, è un fatto che ci danneggia, non è una rappresentazione corretta e non dà nemmeno conto dei numerosi sforzi che stiamo facendo in direzione della legalità».

CONFINDUSTRIA – «Gucci opera da sempre per promuovere la legalità e la trasparenza della filiera in questo territorio – è la replica di Franco Baccani, presidente sezione Pelletteria di Confindustria Firenze -. Gucci è un presidio di legalità nel territorio. No a facili sensazionalismi o scandalismi che mettono a repentaglio il nostro migliore Made in Italy».

SINDACO – «Per noi Gucci è un’azienda che dà lavoro direttamente o indirettamente ad oltre 7 mila persone – ha scritto su Facebook il sindaco di Scandicci, Sandro Fallani – ed è il primo motore di sviluppo della nostra città».


Domenico Coviello

Giornalista

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