Un compleanno vuoto, tre mesi dopo la sua scomparsa

Monsignor Livi: nasceva 101 anni fa. Se n’è andato a dicembre. Ci manca…

di Sandro Bennucci - - Cronaca, Cultura, il Blog di Sandro Bennucci, Lente d'Ingrandimento

Monsignor Angiolo Livi durante l'intervista con Sandro Bennucci, direttore di FirenzePost

Monsignor Angiolo Livi, quando festeggiò i suoi 100 anni, il 31 marzo 2014, durante l’intervista con Sandro Bennucci, direttore di FirenzePost

Diceva messa tutti i giorni. E mandava avanti personalmente la basilica e la parrocchia. Tutto questo fino a fine dicembre 2014: quando, a cent’anni e nove mesi, il Signore, che lo aveva chiamato al ministero sacerdotale, decise di chiamarlo definitivamente a sé. Così oggi, 31 marzo 2015, monsignor Angiolo Livi, non potrà celebrare i 101 anni, il suo compleanno, nella basilica di San Lorenzo. Dove era stato festeggiato, un anno fa, per aver toccato il traguardo del secolo. Cent’anni tondi. E ancora, nel suo genere, a lavorare, cioè a mandare avanti una delle parrocchie più antiche e ricche di vita di Firenze. Non a caso aveva il titolo di priore mitrato: pari al vescovo in alcune funzioni.

LA STORIA – Tre mesi dopo la morte, monsignor Angiolo Livi ci manca. Manca, è ovvio, a chi lo conosceva bene e aveva avuto la fortuna di essergli diventato amico. Ma manca anche a Firenze. Perché a cent’anni riusciva ad essere punto di riferimento per la comunità. E non solo. Un fenomeno? Sì: d’impegno, vivacità, devozione. Capace di allungare, giorno dopo giorno, una storia straordinaria. Pensate: era prete da un anno, a Montespertoli, quando il suo primo vescovo, Elia Dalla Costa, chiuse le finestre dell’Arcivescovado e le porte del Duomo al passaggio del corteo di Hitler e Mussolini. E stava per scoppiare la seconda guerra mondiale quando un ragazzino, che si chiamava Lorenzo Milani, gli chiese di servire la messa annunciando che, anche lui, avrebbe preso i voti. Ancora: smise di fare il “prete di campagna”, trasferito da Palazzuolo sul Senio a Firenze, alla chiesa di San Simone, lì di fronte al gelataio Vivoli, il 4 novembre 1966. L’Arno, proprio quel giorno, non gli fece dir messa: sommerse  l’altare e la sacrestia.

LA CHIAMATA – Teologo e dantista citato nei saggi, Angiolo Livi (“ Sì, Angiolo, non Angelo: la mi’ mamma mi chiamava Angiolino…”)   dimostra di avere una memoria eccezionale rivisitando d’un fiato, quasi in un’entusiasmante romanzo, questi cent’anni cominciati prima che scoppiasse la prima guerra mondiale, il  “Guerrone”,  con il suo babbo chiamato sotto le armi, a combattere, e lui che andava con la nonna alla messa nella chiesa di Santa Lucia sul Prato, eppoi al catechismo da “don Brioscia” (un prete che la domenica regalava le briosce a chi faceva la comunione) e a scuola da i’ Nappa, ossia un professore dell’Istituto Demidoff chiamato così per via del nasone che si ritrovava.  Perchè volle entrare in seminario?  Ricorda perfettamente il momento della scelta: o della Chiamata. L o racconta come se lo stesse rivivendo: “Ero un ragazzino quando una sera, nel giardino Demidoff, vidi i miei  compagni che avevano smesso di giocare e si erano messi in fila in fila. Sui gradini del monumento c’era una bambina della nostra età che si faceva toccare. Dissi a me stesso: non ci vado, perché come potrei andare, dopo, a servire la messa e a fare la comunione?  Non ci andai. Capii in quell’attimo che Gesù mi aveva scelto…”.

LA PROMESSA – La vita di monsignor Livi è stata piena di tante storie. Anche difficili. Per esempio in Terra Santa, quando il vescovo Antonelli gli affidò una missione nei territori palestinesi. Lavorò tanto e, alla fine, il patriarca Michel Sabbah lo nominò canonico onorario della basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ha sempre sostenuto che ci dev’essere dialogo con i musulmani. Ripeteva “Non dico che finiranno per venire in chiesa, ma io aspetto: col tempo e con la paglia…”. Non voleva parlare dei banchi di San Lorenzo: rammentava solo che, nei secoli passati, le licenze per aprirli venivano date a chi era stato in carcere: perché si reinserisse. E alle donne che uscivano dalle cas chiuse. Era preoccupato per Sant’Orsola: e anche p irritato con Matteo Renzi che, molto prima di diventare premier, quand’era solo presidente della Provincia, gli aveva promesso il restauro del vecchio convento. L’augurio? Che oggi, a Palazzo Chigi, ripensando al vecchio prete che avrebbe compiuto gli anni, si ricordi della parola data. E si preoccupi, finalmente, di non disonorarla. Monsignor Livi, da Lassù, penserebbe, molto fiorentinamente,: anche questa è fatta.

 

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