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Davos: l’Italia solo al 27° posto (su 30) fra le maggiori economie. Non sa creare crescita inclusiva

DAVOS – Il modello di crescita mondiale sta andando a sbattere perché genera crescenti diseguaglianze, e l’Italia si merita il poco lusinghiero 27esimo posto (su 30) nella classifica delle maggiori economie, quando a capacità di generare crescita inclusiva. Un’inclusività sulla quale pesano nel Paese il sistema finanziario, l’eticità di affari e politica ma anche le infrastrutture digitali.

E’ il quadro tracciato non da una organizzazione non governativa di stampo anticapitalistico o dalle Nazioni unite o da un sociologo d’impostazione marxista. Ma dal World Economic Forum, l’organizzazione che questa settimana a Davos torna a riunire il gotha della finanza e del capitalismo mondiale e dunque non è accusabile di scarso contatto con la realtà dell’economia mondiale di oggi.

In un’edizione del Wef segnata dall’allarme dei populismi sulle due rive dell”Atlantico, dai rischi enormi (accanto alle opportunità) per le società della robotica e della quarta rivoluzione industriale, è un bel sasso nello stagno il rapporto Inclusive Growth and Development. Perché proprio dalla prospettiva del mercato e del capitalismo arriva un allarme insolito. Nonostante la crescita ci sia, il reddito pro-capite mediano (che a differenza del medio non è falsato da guadagni stellari di categorie ridotte a poche migliaia di super ricchi) nelle principali economie va giù. Meno 2,4% negli ultimi cinque anni con una crescita media pro capite inferiore all’1%.

E’ un fenomeno che a detta di molti si è accompagnato, anzi forse ha contribuito a causare, quella stagnazione secolare che affligge le economie avanzate che fanno i conti con deficit di consumi e investimenti. E che certamente, impoverendo le classi medie, sta fornendo benzina al populismo a partire dal Trump gigantesco convitato di pietra a Davos.

Richard Samans, membro del consiglio d”amministrazione del Wef, dice che i Paesi devono riorientare il proprio compasso di politica economica verso un progresso diffuso del livello di benessere. Serve, a detta del Wef, un nuovo approccio alle riforme strutturali per aumentare la crescita e allo stesso tempo ridurre le diseguaglianze. E’ in sé una rivoluzione copernicana. Si ammette che le riforme strutturali, le liberalizzazioni per intenderci, magari rilanceranno la crescita ma in modo disuguale, finendo magari per indebolirla a lungo andare.

E dunque occorre agire anche con le politiche sociali. A partire dalle politiche attive per il lavoro, passando per la parità di accesso all”istruzione di base, l’eguaglianza di genere, l’offerta di schemi di protezione anche per chi fa lavori non standard e magari ha come datore di lavoro un’app.

In termini di crescita inclusiva pochi Paesi sono messi bene, secondo il Forum economico globale. Primeggia su scala globale l’Europa del Nord, a dispetto di tanti pregiudizi, di lezioni su quanto sia migliore il modello Usa, di quanto sia fallito il Vecchio Continente. Norvegia, Lussemburgo Svizzera, Islanda, Danimarca, Svezia occupano i primi sei posti. La Germania è al numero 13, la Francia al 18, l’Italia 27esima, persino meno inclusiva degli Usa che, pur fra tante diseguaglianze, sono pure una fucina di opportunità. Lo Stivale ha un buon ranking solo sul proprio sistema fiscale (19), sull’accesso all”istruzione (14) e il sistema salariale (9). Terreni dove peraltro è in atto un’offensiva pro-business che non va esattamente nella direzione auspicata a Davos.

Per contro, l’Italia è penultima fra i 30 quanto a impiego produttivo, inclusione finanziaria (le vicende del risparmio e la gestione di alcune banche sembrano confermarlo), eticità percepita degli affari e della politica e, infine, infrastruttura digitale.

Un quadro interessante, insomma. Perché da una parte le priorità delineate dal Wef – un forum che spesso ha anticipato la politica di parecchi anni – magari coincidono con le agende politiche (si pensi al digitale). Dall’altra a volte vanno in direzioni quasi opposte, se si pensa ad esempio alle tentazioni di togliere progressività al fisco o al declino dell’istruzione pubblica.

Davos, economia, Italia, Wef

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