Il Rapporto Censis-Rbm Assicurazione Salute

Sanità: sono sempre di più (12,2 milioni) gli italiani che rinunciano alle cure o ricorrono alle prestazioni private

di Camillo Cipriani - - Cronaca, Economia, Politica, Salute e benessere

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ROMA – La sanità pubblica italiana riesce sempre meno a soddisfare le esigenze dei cittadini. Che rinunciano alle cure o passano alla sanità privata. Uno dei principali motivi per cui si passa al settore privato per curarsi nonostante i prezzi elevati, sta nel fatto che nella sanità pubblica le liste d’attesa sono sempre più lunghe. Per una mammografia si attendono in media 122 giorni (60 in più rispetto al 2014) e nel Mezzogiorno l’attesa arriva a 142 giorni. Per una colonscopia l’attesa media è di 93 giorni (+6 giorni rispetto al 2014), ma nel centro Italia di giorni ce ne vogliono 109. Per una risonanza magnetica si attendono in media 80 giorni (+6 giorni rispetto al 2014), e al Sud sono necessari 111 giorni. Per una visita cardiologica l’attesa media è di 67 giorni (+8 giorni rispetto al 2014), ma l’attesa sale a 79 giorni al Centro. Per una visita ginecologica si attendono in media 47 giorni (+8 giorni rispetto al 2014), ma ne servono 72 al Centro. Per una visita ortopedica 66 giorni (+18 giorni rispetto al 2014), con un picco di 77 giorni al Sud.

Per  questo si spendono sempre di più soldi propri per curarsi, 35,2 miliardi di euro il 4,2% in più nel periodo 2013-2016. Cresce infatti quella che viene definita la «sanità negata»: nell’ultimo anno 12,2 milioni di italiani hanno rinunciato o rinviato prestazioni sanitarie, una cifra pari a un quinto della popolazione e soprattutto 1,2 milioni in più rispetto all’anno precedente.

Questi sono i dati rappresentati dal Rapporto Censis-Rbm Assicurazione Salute presentato al «Welfare Day 2017».  13 milioni di italiani nell’ultimo anno hanno sperimentato difficoltà economiche e una riduzione del tenore di vita per riuscire a affrontare spese sanitarie che un tempo avrebbero potuto essere evitare perché le strutture pubbliche garantivano una cura efficace. In 7,8 milioni hanno dovuto utilizzare tutti i propri risparmi o indebitarsi con parenti, amici o con le banche, e 1,8 milioni sono entrati nell’area della povertà.

Il quadro è ancora più critico se si fa il confronto con altri Paesi. Non solo sono diminuite le risorse pubbliche per la sanità rispetto al passato ma anche rispetto agli altri Paesi. Un calo del valore pro-capite dell’1,1% all’anno in termini reali dal 2009 al 2015: è questo il record di contrazione della spesa sanitaria pubblica italiana segnalato dalla Corte dei Conti, mentre nello stesso periodo in Francia è aumentata dello 0,8% all’anno e in Germania del 2% annuo. L’incidenza rispetto al Pil della spesa sanitaria pubblica italiana è pari al 6,8%, in Francia si sale all’8,6% e in Germania si arriva al 9,4%.

Le distanze tra le sanità regionali infine si ampliano, almeno per quello che riguarda quanto viene recepito dai cittadini. Il 64,5% degli italiani è soddisfatto del Servizio sanitario, mentre il 35,5% è insoddisfatto. Al Sud però i soddisfatti sono solo il 47,3%, mentre sono il 60,4% al Centro, salgono al 76,4% al Nord-Ovest e arrivano all’80,9% al Nord-Est. Il 31,8% degli italiani è convinto che nell’ultimo anno il Servizio sanitario sia peggiorato, solo il 12,5% pensa che sia migliorato e il 55,7% ritiene che sia rimasto stabile. Al Sud il 38,9% dei cittadini pensa che la sanità della propria regione sia peggiorata, il 13,3% che sia migliorata e il 47,9% che sia rimasta uguale. Al Centro il 34,2% ritiene che sia peggiorata, l’11,4% migliorata e il 54,3% rimasta uguale. Al Nord-Ovest il 25,2% la giudica peggiorata, l’11,8% migliorata, il 63% rimasta uguale. Al Nord-Est per il 26,1% è peggiorata, per il 13,1% è migliorata e per il 60,8% è rimasta uguale.

Anche questi bei risultati debbono essere messi in conto all’azione, o meglio all’inazione, degli ultimi governi.

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