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Pensioni: non occorre una riforma costituzionale, ma solo la separazione fra previdenza e assistenza

Il vulcanico professor Tito Boeri, bocconiano presidente dell’Inps, spreca tutte le sue energie nella battaglia contro i pensionati (soprattutto d’oro), ma non tenta nemmeno, come sarebbe suo preciso dovere, di migliorare i bilanci dell’Istituto e di insistere perché vengano separate le poste e le attività di previdenza da quelle dell’assistenza, visto che quest’ultima costituisce la causa principale del profondo rosso del bilancio dell’Ente affidato alle sue cure (si fa per dire).

Anche la politica non compie per intero il suo dovere e, invece di tagliare sprechi assistenziali e ovviare alla falla citata, segue le indicazioni politiche di Boeri e mira a colpire ancora una volta i pensionati, soprattutto quelli ritenuti ricchi. Senza preoccuparsi neppure per un attimo di acquisire risorse dall’ancor vasta evasione fiscale e contributiva, dalla grande finanza e dalla grande industria, come sarebbe auspicabile e giusto.

Infatti giacciono in parlamento due proposte di modifica dell’art.38 della Costituzione sostanzialmente identiche, una a firma del presidente della Commissione affari costituzionali Andrea Mazziotti (Civici e innovatori) e altri 34 parlamentari, l’altra a firma del deputato Preziosi (Pd) e altri 12 deputati.

A tal proposito è utile richiamare il giudizio preciso e documentato che Michele Carugi ha pubblicato tempo fa sul suo blog del Fatto Quotidiano. Afferma Carugi che «le due proposte vengono pubblicizzate dai promotori come strumenti di equità intergenerazionale e, allo scopo, contengono esplicitamente una frase che la richiama. L’art.38, oggetto della modifica, sancisce il principio che ogni cittadino ha diritto a una forma di assistenza che gli garantisca il mantenimento e l’accesso alle prestazioni sociali e pertanto, al netto di un velatissimo accenno nel secondo comma dove si legge la parola preveduti riguarda soprattutto l’assistenza sociale».

Storicamente e purtroppo il sistema pensionistico italiano ha sempre configurato una perversa commistione tra assistenza e previdenza, da un lato assegnando all’Inps che non casualmente dovrebbe essere l’istituto della previdenza sociale il compito di gestire anche l’assistenza, senza l’obbligo di non avere commistione finanziaria tra le due gestioni, dall’altro coltivando nei cittadini e quindi nelle loro aspettative l’idea che la pensione sia una forma di assistenza da erogare secondo bisogno e non anche secondo “merito”, dove per merito si intendono i contributi versati durante la vita lavorativa. Gli effetti della commistione sono visibili nel bilancio dell’Inps che potrebbe essere quello di un sano sistema previdenziale e che viceversa ha un buco gigantesco annualmente reiterato per finanziare l’assistenza.

Fino a oggi, tuttavia, anche se con un corollario d’interventi sempre finalizzati a livellare le prestazioni (blocco della perequazione e contributi di solidarietà per le pensioni più alte) il sistema previdenziale ha sempre funzionato riconoscendo che a retribuzioni e contribuzioni più elevate durante la vita lavorativa corrispondessero pensioni più elevate, cioè ragionando nell’ambito di un sistema previdenziale e non assistenziale e riferendosi (la stessa Consulta l’ha fatto in alcune sentenze) al secondo comma dell’art. 38 che parla di esigenze di vita le quali possono variare e di molto in funzione della storia di ciascuno, tant’è che la Consulta ha evidenziato come debba esserci continuità tra il tenore di vita prima e dopo il pensionamento indicando più volte la pensione come retribuzione differita.

Le due proposte di riforma costituzionale mirano ora a fare strame del poco di previdenziale che c’è nell’art. 38 e sostanzialmente danno mano libera ai legislatori per ridurre a piacimento le pensioni previdenziali anche già in essere a fronte di esigenze di bilancio, tra l’altro delegando ai soli pensionati il compito di pensare alle future generazioni. Questo nuovo regime renderebbe in via definitiva totalmente assistenziale il sistema pensionistico tramite la predominanza pregiudiziale del principio di solidarietà (sempre a carico dei soliti pensionati). Le proposte non fanno invece alcun riferimento alla storia contributiva dei pensionati, che diverrebbe un fattore subordinato alla discrezione del legislatore.

Drastico il giudizio di Carugi: «Non certo la migliore via per affrontare il problema delle future pensioni per le quali si dovrebbe invece puntare sullo sviluppo economico della nazione che non può prescindere da iniziativa, creatività, impegno, investimenti produttivi, tutte cose che le proposte di riforma non solo disconoscono, ma addirittura scoraggiano, perché senza un incentivo a crearsi un futuro individuale migliore il cittadino si siede e aspetta, mentre la società va a rotoli».

Inutile dire che concordiamo perfettamente con il giudizio citato e siamo fiduciosi che la politica riponga nel cassetto le proposte che penalizzano i pensionati, già fin troppo sacrificati dalle misure approvate dai recenti governi, a partire da Monti, passando per Letta e finendo con Renzi. I pensionati hanno già dato fin troppo, la solidarietà intergenerazionale si manifesta già in pratica, visto che molte famiglie tirano avanti col reddito dei nonni pensionati. Cominciamo a far pagare davvero le tasse a chi le evade, rivediamo la posizione di chi paga contributi irrisori o non li paga affatto, creiamo posti di lavoro per i giovani in modo che possano accumulare contributi per future pensioni dignitose. Quest’ultimo aspetto è stato proprio oggi evocato dal presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, il quale chiama in causa la politica ma dimentica di spronare i suoi associati, gli unici che possono creare impiego. Queste sono le uniche forme di giustizia fiscale e di solidarietà fra generazioni ammesse dalla Costituzione.

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