Gli attentatori provengono da due comuni rurali

Barcellona: gli attentatori islamici arrivano dalla Catalogna profonda

di Camillo Cipriani - - Cronaca, Lente d'Ingrandimento, Politica

Mossos d’Esquadra polizia regionale

Ripoll, Alcanar, nomi di cittadine perse fra monti e campagna che i milioni di turisti che ogni anno invadono Barcellona e la Costa Brava sicuramente non conoscono. Ma è da questi due comuni rurali della Catalogna profonda che è arrivato l’attacco più violento del jihadismo al cuore della regione, alla Rambla e al Lungomare di Cambrils, affollati da visitatori stranieri. Da tempo gli specialisti lanciano allarmi sulla forte penetrazione salafita soprattutto nelle province di Girona, Tarragona e Leida, e nell’hinterland di Barcellona. situazione conosciuta in Spagna, ma non molto nota nel resto dell’Europa, che viene fuori nel momento in cui si lamentano vittime innocenti, anche italiane, dell’attacco alla nostra società.

In queste zone della Catalogna interna i marocchini, 211mila persone, sono la prima comunità straniera della regione, quattro volte più che gli italiani, in forte progresso negli ultimi anni. Nella regione ci sono 265 moschee ufficiali, di cui 79, un terzo, salafite. Cioè ispirate all’estremismo religioso che seguono i terroristi sunniti di Isis o Al Qaida. Un terreno propizio al proselitismo jihadista, soprattutto fra i giovani. Un dettaglio che dovrebbe insegnare anche a noi molte cose quando i comuni, soprattutto quelli di sinistra (Figline Valdarno lo ha già deciso, Firenze è sulla stessa strada), si accingono a dare l’autorizzazione alla creazione di moschee. Giustissimo garantire la libertà religiosa, ma occorre premunirsi affinché questi luoghi non diventino fonte di proselitismo della radicalizzazione.

Secondo Ignacio Cembrero, autore di «La Spagna di Allah», la Catalogna e il Belgio sono le due zone europee con maggiore attività salafita. Nello studio Lo Stato Islamico in Spagna Fernando Reinares e Carola Garcia Calvo rilevano che la provincia di Barcellona è «il principale scenario della mobilitazione dell’Isis in Spagna».

Non a caso fu proprio a Cambrils, la cittadina sul mare colpita la notte scorsa dai terroristi, che si riunirono 16 anni fa i due sanguinari jihadisti Mohamad Atta e Ramzi bin al-Shibh per gli ultimi preparativi degli attentati dell’11 settembre negli Usa.

Ed è in Catalogna che è stato catturato il maggior numero dei circa 200 jihadisti arrestati in Spagna dal 2015. A Ripoll, tranquilla cittadina dei Pirenei con 10mila abitanti – il 10% di origine marocchina – con un magnifico monastero romanico sarebbe nata, attorno ai fratelli Moussa e Driss Oukabir, la cellula che ha colpito a Barcellona e Cambrils. Qui sono stati arrestati fra ieri e oggi tre presunti complici. Ad Alcanar, vicino a Tarragona, la cellula preparava probabilmente ordigni al gas da usare a Barcellona. L’esplosione della casa in cui si trovavano i terroristi, forse per un incidente di lavoro, potrebbe averli costretti a rinunciare ad un secondo attacco a Barcellona e a ripiegare sull’attacco artigianale a Cambrils.

Visti questi precedenti mi sembrano emergere gravi carenze nell’azione d’intelligence e di controllo da parte delle Autorità spagnole, sia centrali che locali. La Spagna è una monarchia, ma ha sostanzialmente un ordinamento federale, tanto che la Catalogna (una delle regioni più ricche) non solo gode di amplissimi poteri anche di tutela della sicurezza, ma coltiva da sempre ambizioni di separatismo. I poliziotti intervenuti nelle Ramblas, i famosi mossos d’esquadra, agiscono agli ordini del governo autonomo regionale (Generalitat de Catalunya), non di quello nazionale. E’ ben vero che l’azione d’intelligence e dell’antiterrorismo spetta allo Stato, ma resta il fatto che anche la polizia locale, presente capillarmente sul territorio, dovrebbe essere in grado di notare presenze e attività sospette, e questo non sembra essere accaduto nel caso di specie. Quella spagnola è dunque una situazione che dovrebbe farci riflettere, soprattutto quando il leader leghista, Matteo Salvini, propone come punto fermo del programma del suo governo l’abolizione dei prefetti, che dovrebbero essere sostituiti dai sindaci  spostando totalmente a livello locale la tutela della sicurezza .

 

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