Diritto d’asilo: il parlamento UE vara la riforma degli accordi di Dublino, ma la strada è ancora lunga

Buone notizie per la riforma degli accordi di Dublino vengono dalla plenaria del Parlamento europeo che ha dato il suo via libera ai negoziati con il Consiglio e la Commissione sulla riforma del regolamento omonimo. La luce verde è arrivata con 390 sì, 175 no e 44 astenuti. Con la proposta approvata dal Parlamento, il Paese in cui un richiedente asilo arriva per primo non sarebbe più automaticamente e unicamente responsabile di valutarne la richiesta. I richiedenti dovrebbero invece essere distribuiti in tutti i paesi dell’Ue.

Un vantaggio incalcolabile per Italia e Grecia, finora costrette, come paesi di primo approdo, a ciucciarsi tutta la moltitudine di migranti informe, costosa, inutile e pericolosa per l’aumento di controversie sociali e sostegno, come bassa manovalanza, della criminalità.

In base al testo presentato dalla relatrice, la liberale svedese Cecilia Wikstrom, inoltre gli Stati membri che non accetteranno la loro quota di richiedenti asilo correrebbero il rischio di veder ridotto l’accesso ai fondi Ue.

Il testo del Parlamento prevede tra i vari punti anche un periodo transitorio di tre anni e un meccanismo filtro per scremare, tra i richiedenti asilo, quelli con poche chance di vedere accolta la loro domanda. Per questi ultimi la domanda resterebbe a carico del Paese di ingresso, che dovrebbe occuparsi del rimpatrio, con un sostegno aggiuntivo da parte dell’Ue. Tutte queste proposte potrebbero tuttavia uscire stravolte dal negoziato con il Consiglio, dove non esistono posizioni comuni e prevalgono gli stati egoisti che preferiscono lasciare la situazione tale e quale, visto che ne traggono vantaggio.

La situazione critica in alcuni Paesi, che dovrebbe essere alleviata dall’alleggerimento delle regole di Dublino, è confermata anche dalle statistiche 2016, un anno record per i nuovi permessi di residenza rilasciati a cittadini di Paesi extra-Ue.

Complessivamente i 28 hanno registrato 3,4 milioni di nuovi residenti, il 28% in più rispetto all’anno precedente. La Polonia è stata il Paese più gettonato per motivi di lavoro, mentre la Gran Bretagna per motivi di studio. Lo ha reso noto Eurostat. L”Italia ha registrato 224.000 nuovi residenti extra-Ue, una quota pari al 6,6% del totale dell’Unione, collocandosi al quinto posto dietro a Gran Bretagna (865 mila, il 25,8% dei nuovi permessi), Polonia (17,5%), Germania (15%) e Francia (7%).

Il nostro Paese figura invece al top tra i 28 (quasi a pari merito con Germania e Spagna) per quanto riguarda i nuovi permessi di residenza rilasciati nel 2016 per motivi familiari: 101.300, il 13% del totale europeo e il 45,5% dei nuovi residenti extra-Ue in Italia. proprio questo risulta il dato più preoccupante per il nostro paese, gli immigrati vengono in Italia e poi, profittando delle maglie larghe dei controlli e delle regole generose stabilite in Italia e in Europa, fanno arrivare stuoli di familiari che restano a carico della nostra collettività.
La quota più consistente dei nuovi permessi di residenza italiani è andata a cittadini provenienti dalla Nigeria (9,2%); segue quella dei marocchini (7,8%) e quella degli albanesi (7,7%).

A parte questi ultimi, la cui immigrazione risale a tempi più antichi (a partire del 1990 – 91) e che sono di fatto parte dell’Europa, le altre nazionalità sono venute spesso all’onore delle cronache non per l’esemplare integrazione o la voglia di inserirsi positivamente e pacificamente nel nostro tessuto sociale e produttivo, ma soprattutto per episodi, anche gravi, di criminalità nei confronti di cittadini italiani o di loro connazionali.

Di questa circostanza le nostre Autorità, a cominciare dal Ministro Minniti, diventato improvvidamente e improvvisamente (si avvicinano le elezioni) fautore dello ius soli, dovrebbero preoccuparsi maggiormente.


Ezzelino da Montepulico


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