una data di cui si rircordano in pochi

4 dicembre 2016: un anno fa il referendum costituzionale seppellì di No la ditta Renzi – Boschi

di Paolo Padoin - - Cronaca, Lente d'Ingrandimento

La Boschi recita a memoria la lezioncina imparata sulla costituzione

La data del 4 dicembre non sembra proprio data propizia al duo Renzi – Boschi. Oggi fioccano le polemiche sul procuratore Rossi e la sua audizione sul caso Banca Etruria, mentre un anno fa, il 4 dicembre 2016, più di 33 milioni di italiani uscirono di casa per recarsi ai seggi del referendum sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi. La percentuale fu altissima, il 65,47 per cento degli aventi diritto, un numero enorme di persone, in palese contraddizione con la disaffezione crescente degli elettori che da anni disertano le urne, con percentuali, è il caso di dire, bulgare: fino ad arrivare ai due assenti su tre di pochi giorni fa nel voto di Ostia. 19 milioni e mezzo di No bocciarono la velleitaria proposta del duo Boschi – Renzi, che nonostante le promesse di ritiro dalla politica e altri insuccessi politici e incidenti di percorso resistono imperterriti sulla breccia insieme ai loro accoliti. Nonostante la sonora  bocciatura ricevuta dal 60% degli italiani.

La vicenda merita un  commento molto più qualificato del mio, quello del costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, uno degli alfieri del NO, oggetto d’ironie disgustose da parte del rottamatore nel corso di un confronto televisivo, quando Renzi pensava ancora di conquistare l’Italia con le sue chiacchiere.

Ecco il commento del professore, un anno dopo il referendum: «in Italia c’è un diffuso desiderio astratto dell’uomo forte, ma c’è un ancora più diffuso timore e perfino disprezzo o dileggio quando l’uomo forte si propone di diventare concreto. Se questo è vero, è probabile che la riforma costituzionale sarebbe passata se dietro non si fosse materializzato il volto di Renzi e dei suoi che ne avrebbero fatto il trampolino perla presa duratura del potere nelle loro mani; se fosse stata una riforma tenuta a battesimo dal Parlamento e non dal governo, se fosse stata una riforma, per così dire, quatta quatta. Del resto, anche la riforma Berlusconi fu bocciata per lo stesso motivo, mentre la riforma del centrosinistra del Titolo V della Costituzione passò al referendum, sia pure con maggioranza non larga, perché non serviva come trampolino di lancio di nessun capo politico. Se guardiamo retrospettivamente a ciò che è accaduto l’anno scorso, rimaniamo stupiti di tanta stupidità. Tuttavia, le riforme costituzionali sono tutt’altro che archiviate. Già se ne propongono di nuove. Libertà e Giustizia ha sempre sostenuto che i mali della politica nel nostro Paese si possono curare innanzitutto con la politica e che il tentativo di superarli agendo sulle istituzioni in nome di quella cosa ambigua e ingannevole che è la “governabilità” rappresenta una scorciatoia senza senso, oltre che pericolosa per la democrazia. Questo non significa affatto che le istituzioni non siano riformabili. Non abbiamo mai fatto nostro il vacuo motto della “Costituzione più bella del mondo”. Perciò dobbiamo prepararci e avere le nostre proposte, sia per migliorare il sistema parlamentare, sia per prepararci ad affrontare le pulsioni presidenzialiste che certamente si manifesteranno dopo le elezioni: affrontarle per cercare di mantenerle nell’alveo dei principi del costituzionalismo, qualora si manifestassero con forza vincente. Sia anche – aggiungo – per promuovere, come nostre e non come risposta a idee altrui, idee d i uguaglianza nei diritti e nei doveri a favore dei più deboli, di protezione dei beni pubblici e dei beni comuni, e tante altre cose che sono racchiuse nelle nostre due parole: libertà e giustizia. Insomma: ci sarà molto da fare. In breve: il referendum dell’anno scorso è alle spalle e non è una garanzia per il futuro. Il futuro richiederà impegno rinnovato e non solo per dire di no. Libertà e Giustizia è e deve restare una associazione di cultura politica che non pratica alcun collateralismo rispetto a partiti o movimenti. I suoi associati devono essere liberi di operare in politica secondo i propri orientamenti pratici, pur in conformità con gli ideali dell’Associazione alla quale aderiscono. Deve fornire idee ed elaborazioni e non limitarsi a protestare, a denunciare, a fare appelli che per lo più cadono nel vuoto e ci attirano le critiche e spesso il sarcasmo di chi ci vede come i soliti astratti fustigatori che troppo comodamente e facilmente lanciano strali “contro” ed evitano di esporsi “per”. Se avessi potuto essere presente, avrei sviluppato questi concetti ma voi avete certamente compreso che cosa voglio dire. Occorrono energie e le energie sono i giovani, soprattutto, a doverle fornire. Con le energie,la fantasia,le proposte, i contatti, anche le amicizie, la partecipazione a ciò che c’è di vivo nella nostra società. Tanto più in un momento come è il nostro, in cui il Paese incomincia a essere percorso da pulsioni che non avremmo mai pensato di constatare così presenti e crescenti: l’intolleranza, il razzismo e perfino il fascismo nemmeno in forme nuove, ma proprio in forme ricalcate sulle vecchie, squadrismo compreso».

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Paolo Padoin

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già Prefetto di Firenze
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