Governo, migranti: Salvini pensa subito ai rimpatri. Usando i 5 miliardi destinati all’accoglienza

ROMA – Appena diventato ministro dell’Interno, Matteo Salvini pensa subito al rimpatrio degli immigrati irregolari. Che sono stimati in circa 500 mila. Come? Usando anche parte dei 5 miliardi destinati all’accoglienza. La sciando il Quirinale dopo il giuramento, dice:  «Gli immigrati che campeggiano qui a pranzo e cena sono evidentemente troppi». Un impegno, quello dei rimpatri, contenuto già nel contratto di governo firmato con Luigi Di Maio, dove si parla dei circa 500mila irregolari in Italia e si giudica indifferibile e prioritaria una seria ed efficace politica dei rimpatri. Il neo ministro sottolinea che «siamo stati votati per avere più sicurezza e su questo lavorerò per prima cosa, ho già diverse idee» .

Si parte da numeri bassi: sono poco più di 6mila i rimpatri in media ogni anno. Il problema è che per rimandare a casa gli irregolari servono accordi con i Paesi di provenienza. L’Italia ne ha siglati con Tunisia, Egitto, Nigeria, Sudan e Gambia. Ma per aumentare l’efficacia delle intese servono più fondi. Salvini ha già un’idea di dove reperirli: «Vorrei – ha detto – dare una bella sforbiciata a quei 5 miliardi di euro per l’accoglienza, che mi sembrano un po’ tantini». Su eventuali ripercussioni nei rapporti con la Chiesa non ha espresso preoccupazioni: «Con loro – ha osservato – ci sono molte più vicinanze che distanze perché l’accoglienza, nei limiti e nelle
regole e nelle possibilità, penso sia interesse di tutti».

Sul fronte degli sbarchi i numeri sono in flessione per l’undicesimo mese consecutivo: nei primi cinque mesi dell’anno sono arrivati 13.430 stranieri, il 78% in meno dello stesso periodo del 2017. Effetto della strategia avviata da Marco Minniti, che ha accresciuto il supporto – finanziario e con mezzi ed addestramento – alle autorità libiche in cambio del loro impegno a frenare le partenze. Ma la situazione in Libia è sempre precaria ed il nuovo ministro dovrà guadagnarsi la fiducia degli interlocutori dall’altra sponda del Mediterraneo, dove Minniti praticamente era di casa. Un’interruzione degli stanziamenti potrebbe determinare con l’estate un aumento degli sbarchi.

«Prima devo studiare», ha commentato cautamente Salvini. Interventi sono annunciati sul sistema di accoglienza, che attualmente ospita 167mila migranti. L’obiettivo fissato nel Contratto è un Centro di permanenza per il rimpatrio in ogni regione. Cosa peraltro prevista dal decreto Minniti dello scorso anno: ma ad ora sono soltanto 5 attivi (Torino, Roma, Bari, Brindisi, Caltanissetta), per poche centinaia di posti rispetto ai complessivi 1.600 previsti a regime. Altre strutture sono state individuate (da Iglesias a Bologna, da Potenza a Santa Maria Capua Vetere), ma non avviate. Due Regioni, Toscana (guidata da Enrico Rossi de LeU in giunta con il Pd) e Veneto (guidata dal leghista Luca Zaia), hanno detto no ai Cpr. In agenda anche l’allungamento – dagli attuali 90 giorni a 18 mesi – del tempo massimo di permanenza nei centri, come ai tempi del precedente ministro dell’Interno del Carroccio, Roberto Maroni.
Salvini dovrà poi interloquire con l’Europa, più volte messa sotto accusa per la politica sull’immigrazione e per il Regolamento di Dublino che impone al Paese di primo approdo di farsi carico dei richiedenti asilo.

Martedì a Lussemburgo è in programma una riunione dei ministri dell’Interno Ue. Potrebbe essere l’esordio di Salvini – salvo impegni legati alla fiducia del Governo alle Camere – ai tavoli dell’Unione. E tempi duri si annunciano per le Ong attive nei soccorsi nel Mediterraneo, dopo il giro di vite imposto lo scorso anno da Minniti con il Codice di condotta. Sia Lega che M5s hanno più volte criticato i «taxi del mare» per i loro interventi.

Altro tema sul quale il titolare del Viminale batterà – come già fece il suo predecessore Maroni – è quello del riutilizzo dei beni confiscati alle mafie. «Se lo Stato riuscirà a gestirli sempre meglio, garantendo posti di lavoro – ha sottolineato – qualcuno si renderà conto che sicuramente è sempre meglio lo Stato della mafia».

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Ernesto Giusti


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