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Lavoro: aumenta il numero di colf e badanti italiani. Gli effetti della crisi

ROMA – In Italia ci sono attualmente meno di 865mila lavoratori domestici e quasi tutti, 88,3%, sono donne. I maschi sono poco meno del 12% eppure le regolarizzazioni riguardano soprattutto loro. Gran parte di questa forza lavoro, poi, è rappresentata da stranieri, ma aumenta il numero di italiani che ha scelto (più o meno volontariamente) di fare questo lavoro: più 15mila in un anno. Questi i numeri (riferiti al 2017) resi noti dall’Inps sul mondo del lavoro domestico. «Dati – spiega il presidente delle Acli Toscane Giacomo Martelli – che confermano le nostre rilevazioni di qualche settimana fa che ci parlavano di un costante incremento della fetta di cittadini italiani che fanno questi lavori dentro una platea che è ancora a maggioranza composta da lavoratori stranieri».

Altra conferma per Martelli arriva dai dati sulla Toscana. «Con 74.554 lavoratori domestici (8.155 uomini e 66.399 donne) siamo la quarta regione italiana per numero di lavoratori domestici, subito dopo Lombardia e Lazio e quasi alla pari con l’Emilia Romagna. In queste 4 regioni si concentra più della metà dei lavoratori domestici totali dell’Italia. Eppure non siamo la quarta regione italiana per popolazione. Il che vuol dire due cose; da una parte che abbiamo un sistema che nonostante i suoi difetti riesce a vedere un mondo del lavoro che in altri territori rimane sommerso nel mondo di mezzo del lavoro nero, e dall’altra che l’aumento della popolazione anziana fa sì che la Toscana abbia una forte domanda di lavoro d’aiuto e assistenza. Una domanda a cui rispondono sempre più spesso italiani».

Insomma il luogo comune che questi tipi di lavoro gli italiani non li vogliono fare non è più tanto vero. «In Toscana – annota Martelli – siamo passati dai 16.645 lavoratori domestici italiani del 2015 ai 18.143 del 2017. Certo gli stranieri restano la stragrande maggioranza, ma stanno calando: erano 59.328 nel 2015, sono 56.411 nel 2017. Insomma questo significa che è un settore che non può più essere lasciato al faidatè perché così si penalizzano famiglie e lavoratori».

 

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