Le argomentazioni fondate dei dirigenti

Pensioni d’oro: Cida spara a zero contro la pdl D’Uva – Molinari, palesemente incostituzionale

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Pensioni, Politica

Si susseguono alla Commissione Lavoro della Camera le audizioni dei rappresentanti di diverse categorie e gruppi interessati, e ieri è stata la volta di Giorgio Ambrogioni, presidente di CIDA, la Confederazione dei dirigenti e delle alte professionalità, che ha sparato a zero contro  la proposta di legge D’Uva-Molinari per la riforma dei trattamenti pensionistici. Seguiamo punto per punto il ragionamento argomentato e puntuale di Ambrogioni.

«Il termine pensioni d’oro è improprio ed inaccettabile, specialmente in una sede parlamentare in cui si deve discutere di leggi vigenti al momento del pensionamento, di effettiva contribuzione, di durata del rapporto di lavoro, di equo rapporto fra data di pensionamento e anzianità contributiva, di limiti costituzionali agli interventi legislativi. Limiti che riteniamo ampiamente valicati. Questa riforma – ha sottolineato Ambrogioni – peggiora i trattamenti pensionistici maturati e maturandi dai soggetti colpiti, senza fissare alcun limite temporale e per di più adottando un sistema di ricalcolo retroattivo. La Corte Costituzionale si è più volte espressa al riguardo, stabilendo che simili interventi possano essere giustificati solo se ‘eccezionali, transitori e comunque utilizzati come misura una tantum, in modo da non potersi trasformare in un meccanismo ordinario di alimentazione del sistema previdenziale.

Entrando nel merito, la proposta di legge dovrebbe prevedere disposizioni per il ricalcolo secondo il metodo contributivo. In realtà, mancando sufficienti dati (sia nel settore privato che nel pubblico) si ricorre all’effettuazione del ricalcolo esclusivamente in base all’età del pensionamento. C’è poi l’aspetto fiscale da tenere in conto: su un totale di circa 16 milioni di pensionati, 8 milioni usufruiscono di prestazioni integrate o totalmente a carico della fiscalità (e quindi non soggette a imposizione Irpef). Di contro, i pensionati con importi superiori a 3.000 euro lordi/mese sono il 4,99% del totale. E, ancora, i contribuenti sopra i 100 mila euro lordi/anno – in cui sono presenti le categorie professionali che rappresentiamo – sono solo l’1,10% ma pagano il 18,68% dell’Irpef. Se a questi si sommano anche i titolari di redditi lordi superiori a 55.000 euro, otteniamo che il 4,36% paga il 36,53% dell’Irpef e considerando infine i redditi sopra i 35.000 euro lordi risulta che il 12,09% dei contribuenti paga il 57,11% di tutta l’Irpef. E paga per tutto l’arco della vita lavorativa e continua a pagare da pensionato, finanziando tutto il welfare, anche di chi non ha versato imposte e/o contributi. Se guardiamo alle sole pensioni, i pensionati con redditi superiori a 35mila euro (7,15% del totale) pagano i 35,23% di tutta l’Irpef a carico dei pensionati.

Ma forse è ancora più grave la considerazione che il taglio retroattivo permanente dei trattamenti pensionistici provocherebbe la potenziale lesione del principio del legittimo affidamento nella certezza del diritto (quale elemento fondante dell’ordinamento giuridico) nei confronti di tutti quei soggetti che hanno maturato un determinato trattamento pensionistico in base alla normativa vigente e modulato in base ad esso il proprio programma di vita. Il calcolo dell’ammontare della propria pensione e del momento in cui ritirarsi dal lavoro sono scelte basilari per la vita di un individuo: tenendo conto di ciò che lo Stato propone nel pieno rispetto della legalità prevista, il cittadino sceglie di andare in pensione in un determinato momento risolvendo spesso anche problemi aziendali o istituzionali (prepensionamenti, esodi incentivati, ecc.). La proposta di legge in questione punirebbe queste decisioni, decurtando arbitrariamente il reddito pensionistico oltre i 90mila euro annui.

CIDA rappresenta i percettori di pensioni medio-alte, categorie professionali composte da quadri e dirigenti che si impegnano quotidianamente nelle aziende private, negli uffici della pubblica amministrazione, nelle aule di scuola, nelle sale della sanità. Una parte importante della classe dirigente di questo Paese che comprende anche professionisti, diplomatici, militari. Uomini e donne titolari di pensioni che sono il risultato di una storia professionale connotata da assunzione di rischi, responsabilità e merito nonché dall’applicazione puntuale di leggi dello Stato. Pensioni che hanno subito nel tempo gli effetti negativi di ripetuti blocchi totali o parziali di adeguamento al costo della vita con una perdita del potere di acquisto stimata fra il 15 ed il 20%, a cui bisogna aggiungere i numerosi contributi di solidarietà che, negli ultimi anni, hanno interessato le pensioni medio-alte. In realtà le vere sacche di privilegio, si annidano nelle cosiddette baby pensioni, i prepensionati degli Anni 80 e 90 che percepiscono l’assegno pensionistico da circa 40 anni: sono quasi 760mila gli assegni che ogni mese l’Inps versa a questi soggetti. Ma certamente non è alimentando il conflitto sociale che si risolvono i problemi. Le categorie che rappresentiamo, da sempre attente ai temi della solidarietà intergenerazionale, dichiarano fin d’ora la propria disponibilità a trovare soluzioni mediante un confronto serio ed approfondito basato sulle disposizioni costituzionali più volte ribadite dalla Corte. Siamo pronti al confronto e a fare la nostra parte per gli interessi generali del Paese; non siamo disposti a essere considerati dei privilegiati, né a rinunciare alle questioni di principio», ha concluso Ambrogioni.

Sottoscriviamo da cima a fondo le argomentazioni di Ambrogioni, con una considerazione ulteriore che è sfuggita alla quasi totalità dei commentatori. L’assurdo meccanismo di ricalcolo attuariale inventato da Boeri e applicato al calcolo dell’età pensionabile per applicare le riduzioni programmate, non tiene conto, ad esempio, del fatto che molti dirigenti pubblici sono stati inviati d’imperio in pensione a 65 anni (ad esempio nel 2012) quando la legge avrebbe previsto l’aumento a 66 anni. I ministri Patroni Griffi e Cancellieri spedirono allora in pensione molti dirigenti generali, fra cui 22 prefetti, con un’interpretazione capziosa di leggi e  regolamenti bocciata poi dal Tar del Lazio. Quei dirigenti, penalizzati allora dai loro ministri, sarebbero adesso penalizzati due volte, direi becchi e bastonati, se si desse luogo all’applicazione delle tabelle della Pdl D’Uva – Molinari, secondo le quali i soggetti in questione avrebbero dovuto andare in pensione un anno dopo. Come se fosse stata una scelta o colpa loro. Addirittura quei dirigenti avevano chiesto in precedenza di essere trattenuti fino a 67 anni,  e in seguito, dopo aver invocato l’applicazione della proroga a 66 anni, sono stati cacciati via senza tanti complimenti e senza scuse. Quando l’amministrazione diventa matrigna e agisce con modalità prevaricatrici e grossolane, tipo Piedone lo sbirro.

Con la nuova pdl dunque si tocca il massimo dell’ingiustizia, dell’incoerenza, oltre a sfornare norme palesemente incostituzionali. Ma i signorini proponenti si sono premuniti, giudici e professori universitari sfuggono a questi tagli. Si tratta di due fra le più importanti categorie che formano collegi e Consulta che potrebbero intervenire per invalidare la norma, ma che di fatto non avrebbero interesse a decretarne l’illegittimità.

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Paolo Padoin

Paolo Padoin

già Prefetto di Firenze
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