Firenze, omelia della notte di Natale: «Facciamo nascere i bambini e ridiamo dignità al lavoro»

Natale 2018

FIRENZE – Omelia della notte di Natale del cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze:

«Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1). Isaia riassume in un’immagine non solo la vicenda di un popolo ma quella del mondo. Le tenebre raccontano la condizione di incertezza e di angoscia che accompagna il cammino dell’uomo nella storia. Una condizione che le successive parole del profeta caricano di ulteriori valenze negative,segnalando come in essa si manifestino oppressioni e violenze. A contrasto con questo destino che sembrerebbe ineluttabile – e tale molte volte ci appare, portando allo sconforto e perfino alla disperazione –, ecco l’annuncio che lo splendore di una luce viene ad aprire i cuori alla gioia, alla letizia, all’esultanza. C’è speranza sul cammino dell’umanità e nella vita di ciascuno di noi.

Su cosa si fondi questa speranza il profeta lo spiega così: «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Is 9,5a). In forza di questa nascita si diramano nella storia umana le radici del diritto e della giustizia, matura il frutto sospirato della pace. L’annuncio del profeta ha in sé qualcosa di assolutamente ragionevole e al tempo stesso di straordinario. È infatti logico e ragionevole che se c’è da spezzare le catene che ci opprimono, questo non può scaturire da ciò che già è, e che è segnato da tanti limiti: deve poter irrompere nel mondo qualcosa con il carattere della novità assoluta, una nuova nascita, una presenza non scontata ma frutto di totale gratuità, come è ogni vita che viene alla luce. Ogni nascita è un dono.

Qui si inserisce una doverosa riflessione su come il valore della vita giorno dopo giorno venga a oscurarsi nella nostra società. Dovrebbe preoccupare assai il persistente declino delle nascite nel nostro Paese, sintomo di perdita di fiducia nel futuro, di appiattimento egoistico sul presente che impedisce di osare un progetto, di sognare un domani. L’altro da me, colui che può venire ad abitare la mia vita, diventa per molti non un dono che arricchisce, ma un intruso da scansare e da cui difendersi. È la stessa logica che sta producendo la diminuzione dei matrimoni – e dei matrimoni religiosi in specie –, perché l’altro nel rapporto di coppia, secondo la cultura dominante, va considerato come una presenza avventizia, finché dura, e non come una persona legata in un patto che, nella sua stabilità, va costruito sì con fatica giorno dopo giorno, ma è premessa di progetti alti, di un amore che crea amore e dona vita.

Il richiamo all’accoglienza della vita comincia dalla vita nascente per estendersi alla vita tutta, dal concepimento fino al suo termine naturale, con una particolare attenzione alle condizioni più fragili di essa. I bambini non ancora nati e la cui accoglienza può trovare ostacoli che occorre aiutare a rimuovere. I malati terminali e quanti sono gravati da pesanti e durature disabilità, a cui va assicurato un accompagnamento efficace e premuroso. Chi ha perso il lavoro e chi fatica a trovarlo, in un contesto sociale che non riconosce nel lavoro un elemento essenziale della dignità della persona e quindi un diritto da assicurare. Quanti fuggono da guerre, violenze, negazioni di diritti umani, fame e miseria, condizioni di estrema indigenza: uomini e donne, perfino bambini e fanciulli a cui viene negata accoglienza, protezione, promozione, integrazione. Tanti poveri ed emarginati, creati dalla società dell’opulenza e dell’efficienza produttiva, coloro che tra noi vivono in condizioni di povertà, nella solitudine, alla ricerca affannosa di qualche soldo per pagare una bolletta, senza una casa. Sono molti i fronti su cui la vita va accolta, difesa, promossa. In questi giorni un noto scrittore ha consegnato queste parole alla nostra riflessione: «Diventa vita tutto ciò che nell’ordinario accogliamo come un bambino indifeso, da curare con le nostre mani. Se un Dio-onnipotente si fa Bambino-impotente, allora dalle nostre mani esce vita quando si disarmano e si prendono cura della vita: ecco la via» (Alessandro D’Avenia).

La nascita di cui il profeta ci parla ha in sé però qualcosa di ulteriormente straordinario, perché si prospetta come la nascita di un Dio nel tempo: «Il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace» (Is 9,5b). È quanto conferma l’angelo ai pastori nella narrazione evangelica: «Vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10-11). Il miracolo del Natale non è soltanto il miracolo della vita, ma è anche il miracolo di un Dio che si china sull’umanità sofferente, fino voler diventare egli stesso uomo.

Nelle forme umili e povere di «un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc 2,12), «un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Is 9,5a) e in lui si manifesta «la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini» (Tt 2,11), ricorda l’apostolo Paolo. Questa prospettiva di fede ci induce a fuggire le sirene del Natale consumistico e ci riconduce alla verità del gesto d’amore che Dio compie verso l’umanità per salvarla. Ciò comporta anzitutto riconoscere che un’umanità peccatrice ha bisogno di salvezza e che la redenzione dal male l’umanità non può darsela da sola, perché l’uomo non basta a se stesso, ma ha bisogno di un Dio che lo salvi. E il nostro Dio non si rifiuta a questo soccorso: non si è rifiutato, ci ha donato il proprio Figlio.

Ma il dono chiama a responsabilità, per cui all’annuncio della salvezza l’apostolo fa seguire l’appello alla conversione: la grazia di Dio «ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà» (Tt 2,12). Il Natale di Gesù deve portare nei nostri cuori l’aspirazione di un mondo nuovo. Le parole di Paolo evocano la necessità di una rottura radicale con l’empietà che si manifesta nell’idolatria, con cui il posto di Dio è usurpato dalle realtà umane erette a idoli, e nell’immoralità, in cui l’uomo si lascia trascinare dagli impulsi malvagi che prendono il sopravvento sulle virtù. Queste vengono evocate nell’invito a dare forma positiva alle relazioni con se stesso, secondo prudenza, con gli altri, mediante la giustizia, e infine con Dio, nella pietà. È questo il mondo nuovo che il Natale di Gesù, vissuto nella sua piena verità, esige.

​Uno sguardo libero sul volto del bambino di Betlemme ci permette infatti di aprire orizzonti nuovi alla vita, di cambiare il nostro cuore, di ritrovare stupore e compassione per guardare con speranza a noi stessi, agli altri, al mondo. Con le parole di un poeta:

E ho scoperto che

per un Dio che ride come un bimbo

io darei tutto il mio cuore di piombo.

Per un Dio che ride come un bimbo

sarei disposto ad andare a fondo

a tutta la meraviglia e la pena che c’è… (Davide Rondoni).

È questo l’augurio che faccio a me e a tutti voi, perché il Natale di Gesù ci doni un cuore capace di pena e di meraviglia.

 

cardinale Giuseppe Betori, Natale 2018, omelia

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