La replica del giornale cattolico

Perequazione pensioni: aspro diverbio Avvenire – Salvini, il giornale cattolico critica tagli agli assegni più alti

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia, Politica

ROMA – Il giornale cattolico Avvenire, come suo solito, aveva aspramente criticato le  norme giallo-verdi sulle pensioni e Salvini per questo era partito al contrattacco. «Basta disinformazione, nessun pensionato prenderà un euro di meno nel 2019 rispetto al 2018, tranne quelli d’oro», ha scandito durante una diretta su Facebook. Il che è vero, replica il quotidiano cattolico, ma si tratta di una verità solo parziale: il punto è, infatti, che il confronto non va fatto con il 2018 e che molti pensionati riceveranno, alla fine, meno di quello che avrebbero potuto prendere in un primo tempo.Ciascuno dei contendenti ha detto cose giuste, per la parte che gli interessava. Lo strano che in quest’occasione il giornale cattolico, difensore a suo dire dei deboli, abbia preso le parti dei pensionati considerati più ricchi, i più sacrificati dai provvedimenti governativi.Ma pur di attaccare il vicepremier leghista Avvenire rinuncia anche alla difesa dei deboli.

Narra Avvenire, ricostruendo la vicenda, che Salvini ha preso lo spunto da un servizio trasmesso dal Tg5 (definito «un pochino fazioso») per criticare quei giornali che, a suo dire, farebbero «un cattivo servizio» sulla nuova norma, inserita in Manovra, che limita la rivalutazione delle pensioni. Misura usata, peraltro solo in minima parte (nel 2019 è atteso un gettito di 256 milioni), per finanziare il pacchetto sulla previdenza finalizzato a consentire l’uscita dal lavoro a chi ha 62 anni d’età e 38 di contributi. E ha concluso il suo intervento con un guanto di sfida: «Sono prontissimo a confrontarmi con qualunque giornalista.., il Tg1, il Tg5, il Manifesto, Avvenire, il Corriere, Repubblica, il Sole-24 ore».

In realtà il 31 dicembre 2018 sarebbe decaduta la norma che rivalutava le pensioni (con aumenti legati al maggior costo della vita, la cosiddetta perequazione) in base a 5 fasce di importo. E si sarebbe dovuti tornare alla situazione in vigore a fine 2011, con la legge 388 del 2000 che prevedeva solo 3 fasce di aumenti: piena al 100% – solo per gli assegni fino a 3 volte il minimo, ovvero 1.522 euro lordi, come d’altronde sempre è stato in questi anni -, al 90 e al 75%. Fu il governo Monti a disporre, dal 1° gennaio 2012, il blocco della perequazione, sempre sulle pensioni oltre 3 volte il trattamento minimo di 507 euro. Arrivò poi il governo Letta che decise, dal 1° gennaio 2014 (con la legge 147), un sistema di rivalutazione suddiviso in 5 scaglioni, meccanismo che poi con la legge di Stabilità 2016 fu prorogata sino al 31 dicembre 2018.

Insomma, col nuovo anno si sarebbe tornati all’antico. Nel maxi-emendamento, invece, il governo Conte ha allungato le fasce di importo da cinque a sette: si va dalla rivalutazione al 100%, per le pensioni fino a 1.522 euro lordi, fino al 40% di quelle sopra 4.563 euro lordi (9 volte il minimo). Per queste ultime quindi, pur d’importo elevato, è corretto dire che c’è – nell’adeguamento – un taglio del 60% rispetto a quanto i pensionati speravano di prendere nel 2019. Quindi Avvenire non aveva detto il falso.

Nel corso della diretta Fb, aggiunge il quotidiano cattolico, il vicepremier e ministro dell’Interno ha sbandierato una tabella, promettendo poi di pubblicarla sui social: in base a questa tabella, ha detto, nel 2019 «i pensionati con 800 euro avranno 9 euro in più, quelli con mille 11 euro in più, quelli con 1.200 riceveranno 13 euro in più», e così via fino ai pensionati da 2.500 euro che avranno «21,2 euro in più». Tutto corretto, se lo si vede dalla parte del bicchiere mezzo pieno.

Allo stesso modo, sostiene il quotidiano,  è però corretto e legittimo, senza per ciò essere tacciati di «disinformazione» (Avvenire non ha mai scritto che ci saranno pensionati «che prenderanno meno che nel 2018», come afferma Salvini), sostenere che un cittadino con una pensione da 2.100 euro vedrà sfumare nel proprio assegno quasi 5 euro al mese rispetto a quanto avrebbe potuto ricevere dopo la fine del meccanismo Letta (che, stando alla normativa in vigore, doveva cessare). Per una perdita cumulata di 56,16 euro nell’anno.

La Uil ha calcolato, in un suo studio, che per una pensione lorda pari a 6 volte il minimo (3.042 euro lordi) il mancato recupero dell’inflazione si traduce in una perdita di 167 euro annui, dal 2019 e per il resto della vita. Per questo i sindacati dei pensionati hanno deciso di scendere in piazza. Per protestare contro i tagli alle pensioni più alte, difese in ultima analisi, dall’attacco di avvenire a Salvini.

 

 

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Paolo Padoin

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già Prefetto di Firenze
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