La storia dovrebbe insegnare qualcosa

Il Traforo del Frejus, la Tav di Camillo Benso Conte di Cavour. Nel 1857 vinse lui

di Paolo Padoin - - Cronaca, Lente d'Ingrandimento

Traforo ferroviario del Frejus

Sulla Stampa del 9 genaio 2010 Alessandro Mondo ci informò che il 15 agosto 1857 il Parlamento subalpino approvava la legge che autorizzava la grande opera del traforo del Fréjus, con uno stanziamento per l’epoca davvero importante di 41 milioni e 400 mila lire. Presenti e votanti 128, maggioranza 65, favorevoli 98, contrari 30. Contro il suo principale antagonista, il deputato Cristoforo Moia, Cavour otteneva la fiducia nel progetto di congiungere il Piemonte e la Savoia mediante una linea ferroviaria che corresse in una galleria di 12 chilometri nel cuore delle Alpi. Anche allora molti sostenevano che ci sarebbero state gravi conseguenze ambientali in conseguenza del  Traforo,la madre di tutte le «grandi opere».

All’inizio del 2010 si era rinnovata la diatriba e moltiplicati gli scontri per la prosecuzione  della Tav Torino – Lione. Ero allora prefetto di Torino e gestii tutte le delicate e complesse operazioni dei sondaggi preliminari, che interessarono anche il sacro suolo della Val di Susa.

Ora che sulla Tav, dopo altri 9 anni, si profila l’ennesimo muro contro muro, è bene ricordare cosa disse allora Camillo Cavour, sostenitore di una nuova politica ferroviaria e fermamente convinto della validità del Traforo delle Alpi. «Fare o non fare il Fréjus significa progredire o regredire», affermò lo statista in un vibrante discorso al Parlamento subalpino: più o meno lo stesso concetto che oggi torna nelle valutazioni del governo, della Regione e della Provincia sulla necessità della Torino-Lione.

La Storia si ripete. Vale per le certezze inossidabili di Cavour e per quelle, altrettanto ferme, di chi in quei tempi lontani si opponeva al tunnel: i No Tav ante-litteram. Il tutto è stato documentato nel libro di Bruna Bertolo – «Storia della Valle di Susa», Susalibri 2010 – che pubblica i fotogrammi di una pellicola già vista: la sfida titanica dell’uomo contro la Natura e i timori di una vendetta implacabile; la fiducia nei benefici della tecnologia e la diffidenza per l’impatto sul territorio; la complessità dell’opera e le incertezze finanziarie.

Situazioni già vissute dai nostri predecessori, allora non accusati di soffrire della sindrome «Nimby» – acronimo di «not in my backyard» (non nel mio giardino). Nel volume si legge che parecchi esperti, fra cui eminenti scienziati, «non escludevano di trovare all’interno del monte interi filoni di rocce incandescenti che avrebbero impedito qualsiasi avanzata». Altri ipotizzavano la presenza di grosse vene d’acqua o di copiosi torrenti sotterranei che avrebbero travolto i minatori e, sbucati dal monte, spazzato via Bardonecchia e la sua valle: «Fra gli oppositori ci fu anche chi pensò alla presenza nel sottosuolo di mostri, strani animali o di draghi!».

Per tacere di quanti attribuivano le malattie dell’uva al fumo nero delle locomotive o pronosticavano sventure quando lo scavo avrebbe incontrato il fondo del lago del Cenisio. E pazienza se il bacino in questione si trovava a 25 chilometri di distanza.

Suggestioni che si legavano alle diffidenze, non del tutto superate all’epoca di Cavour, innescate dal primo sviluppo delle strade ferrate: tra le altre, l’idea che un uomo, trasportato su un treno alla velocità di trenta chilometri l’ora, non potesse più respirare. Almeno su questo, la Storia ci ha rassicurato.

Adesso sono tornati nuovi scontri, non solo quelli fra forze dell’ordine e No Tav, ma anche quelli ideologici, politici ed economici dei contrari o favorevoli alla Grande Opera. Allora Cavour spazzò via ogni dubbio e opposizione e fece avanzare il progresso. Oggi non mi sembra che Salvini, il Pd, le istituzioni e forze economiche favorevoli all’opera possano avere la stessa forza. Altri tempi, altra politica, ma soprattutto altri uomini.

 

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Paolo Padoin

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già Prefetto di Firenze
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