Auguri Pasqua 2019

Dalle Murate fino al trono di Parigi

Caterina de’ Medici compie 500 anni. Nacque il 13 aprile 1519. La storia della fiorentina regina di Francia

di Sandro Bennucci - - Approfondimento, Cronaca, Cultura, Eventi, il Blog di Sandro Bennucci, Lente d'Ingrandimento, Libri, Politica, Reportage, Top News

Caterina de’ Medici

Buonasera: sono di Firenze e ho regnato Francia. Mi presento, e mi racconto, perché sono nata il 13 aprile del 1519. Ho 500 anni e non mi piacciono le biografie spicce. Del tipo: Caterina de’ Medici, regina dei francesi. Poi due o tre righe e la storia finisce lì. Che fortuna, penserete: era discendente di Lorenzo Il Magnifico e sposò un re. Invece ho penato tanto nella vita. E’ vero che il rango, la diplomazia e le accorte pagine del Machiavelli mi hanno sempre spinto alla riservatezza, e financo alla cautela, ma penso sia giunto il momento di raccontare la verità. La mia verità. Il mondo deve sapere che io, Caterina de’ Medici, non sono stata la regina maledetta, dipinta dai sudditi come austera, malvagia, attaccata al potere. Al punto che Alessandro Dumas, capace di travolgere anche mia figlia Margherita ( la Regina Margot descritta ninfomane e, addirittura, incestuosa… Ma via…), mi accusò di aver avvelenato il fratello di mio marito, erede al trono, eppoi anche uno dei miei figli, Francesco II, per prendere la reggenza. E nemmeno avevo ordito la strage degli Ugonotti, nella notte di San Bartolomeo. Purtroppo mi è capitato di vivere nel momento più cruento della guerra di religione: cattolici contro protestanti di Lutero. In realtà, dietro la disputa sul credo c’era un obiettivo vero: la sete di potere. E lo stesso trono di Francia. No, non fu per mio volere che ci furono quei morti. Dovetti subire gli eventi. Del resto, sono stata sempre molto sola: i miei genitori morirono che avevo 27 giorni. Poi rischiai di essere uccisa dai fiorentini durante l’assedio di Carlo V. Alla storia sono stata consegnata anche con la passione per la stregoneria. E’vero che Nostradamus aveva predetto la morte di mio marito, il re Enrico II, in un duello. Diventai la regina nera: perché rifiutai di vestirmi di bianco e volli invece interpretare il lutto con lunghi veli scuri. Che non abbandonai più. Non è vero, invece, che mi affidai ai riti magici per combattere la mia rivale in amore, Diana de Poitiers. Alla quale chiesi invece consiglio per restare incinta. Lei era bellissima. Io avevo gli occhi a palla, caratteristici dei Medici. Le mie gambe erano belle, però tendevo a ingrassare: mi è sempre piaciuto mangiar bene. In Francia portai cuochi, camerieri e le ricette delle suore fiorentine delle Murate. E anche le forchette: a Parigi, nel sedicesimo secolo, mangiavano ancora con le mani. E sempre per rendere i costumi più civili, e igienici, inventai le mutande: indispensabili per cavalcare all’amazzone. Mi piaceva il Boccaccio e alcune delle mie vicissitudini hanno finito per assomigliare un po’ alle sue storie. Ma soprattutto voglio sottolineare un aspetto fondamentale di me stessa: sono stata sempre amante della pace. E ho tre cose nel cuore: il ricordo di Firenze, il bene della Francia e quello dei miei figli. Giudicate voi.

FIRENZE, 13 APRILE 1519 – Nel Palazzo de’ Medici di via Larga c’è fermento. La voce di una fantesca rompe il silenzio: «E’ nata, è nata. E’ una femmina, la duchessina…». Nella sontuosa camera, la nuova mamma, Maddalena de la Tour d’Avergne, moglie di un Lorenzo de’ Medici meno famoso del Magnifico, ossia il duca d’Urbino, è sudata. Brusìo nei corridoi: Com’è? Come si chiama?. Maddalena, ancora
sofferente, sussurra: «E’ deciso: la chiameremo Caterina, Maria Romola». E’ felice. Però singhiozza.
Ripensa al matrimonio con il duca, pochi mesi prima: le stoffe, i balli, le feste. Vennero trattenuti in Francia, dai parenti di lei. Quindi si fermarono al castello di Poggio a Caiano, già pieno di ricordi. Furono i primi e ultimi tempi belli. Appena messo piede a Firenze, il duca Lorenzo si ammalò. Fu mandato a Montughi, con la speranza che l’aria pura potesse restituirgli la salute. Invano. Maddalena si riprende dalla selva di pensieri.  Ordina: «Avvertitelo: voglio portargli Caterina. Subito. Mi assisterete in carrozza». Ma è l’ultima volta che lo vede. Perché lei sta peggio di lui. Di ritorno nel palazzo di via Larga, Maddalena è colta dalla febbre. Muore il 18 aprile: 5 giorni dopo aver partorito. Il dolore, per il duca, è devastante: peggiora e se ne va il 4 maggio. Ecco, appena 27 giorni dopo la nascita, Caterina de’ Medici  resta orfana. La battezzano in San Lorenzo. Il re di Francia, Francesco I, avrebbe dovuto essere il suo padrino. Ne reclama la tutela. Eh, sì: la fanciullina conta già qualcosa nella vita politica del tempo.

L’ASSEDIO DI FIRENZE – A quattro mesi, anche Caterina si ammala. C’è il timore che sia cagionevole come i genitori. Il Papa, Leone X, la porta a Roma per affidarla alla nonna paterna, Alfonsina Orsini. Ma guardate un po’ la sorte: anche Leone X muore. E poco dopo se ne va il successore, Adriano IV. Eletto al soglio pontificio eppoi sepolto. E perfino nonna Alfonsina esala l’ultimo respiro. Che situazione, povera Caterina! Però il destino, stavolta, la aiuta: diventa Papa un parente, Giulio de’ Medici, Clemente VII. Ma intanto la famiglia perde Firenze. Il popolo caccia Ippolito, figlio naturale di Giuliano, duca di Nemours, e Alessandro, figlio naturale di Lorenzo di Urbino, fratellastro di Caterina. Viene proclamata la Repubblica. Sventolano al sole i gonfaloni. Ma a gonfiarli sono venti di guerra. Clemente VII si perde nella complicata politica fra Francia e Spagna. Prima finisce prigioniero a Castel Sant’Angelo e provoca il sacco di Roma, con orrori mai visti nemmeno al tempo della calata dei barbari. Poi chiede aiuto a Carlo V per riportare i Medici al potere a Firenze. E qui sono dolori per i fiorentini che credono di aver conquistato l’indipendenza.

ALLE MURATE – Così a undici anni, Caterina torna a Firenze. Dove viene proclamata la Repubblica. E lei diventa ostaggio. I concittadini pensano che una Medici debba essere usata come merce di scambio. O addirittura come scudo umano. L’affidano alle suore delle Murate, devote alla causa medicea, dedite alla buona tavola (ecco da dove vennero, poi, le sue ricette …) e ostili ai frati di San Marco, i successori del Savonarola, che incitano il popolo a tener duro contro Carlo V: «Non abbiate paura, Dio è con noi. Dio e la Vergine hanno deliberato di reggere e governare questa città. Italia sarà nelle tribolazioni e tu Firenze comincerai a fiorire». Dio, invece, aveva decretato che fosse venuta l’ultima ora della libertà di Firenze, e che la Repubblica, ove si parlava la divina lingua di Dante, dovesse essere la prima vittima dello strazio d’Italia. Si combatte sulle mura rinforzate da Michelangelo. E si diffonde la peste. I fiorentini le pensano tutte: giocano perfino a palla per non rinunciare alla tradizione di Carnevale. Vogliono prendersi gioco del nemico, fargli capire che non hanno paura e che preferiscono la palla alla guerra. La città si bea di quell’idea un po’ balzana. E spera in una tregua. Anche strumentalizzando proprio lei, Caterina. Infatti, il 17 febbraio 1530, mentre i combattenti lasciano le armi e si vestono di bianco e di verde per sfidarsi nella più famosa partita di calcio della storia rinascimentale, la duchessina vive sui carboni accesi. Cittadini intransigenti, come un tale Leonardo Bartolini, pensano di esporla sugli spalti percorsi dai colpi dei nemici. O di dare il suo giovane corpo ai soldati. O, peggio ancora, di toglierla alle cure delle suore per affidarla a quelle, ben diverse, delle meretrici di un bordello. In questo modo sarebbe stata esclusa per sempre dalla vita per la quale era nata e il Papa non avrebbe potuto sognare per lei nozze reali. «Icchè si fa?». Firenze discuteva sul destino di Caterina. Ma pur deprecando il ritorno dei Medici, e piangendo la libertà morente, la maggioranza non mostra odio tale per chi del male non può averne fatto  ancora. Prevale un uomo di buon senso: Silvestro Aldobrandini. Propone di toglierla dalle Murate per trasferirla alle monache di Santa Lucia, dove la parola del Savonarola ha lasciato fervido amore per il governo della Repubblica. Caterina non ci sta: è certa di essere condotta a morte. Vestita in abito monacale, s’inginocchia ai piedi della badessa, suor Giustina Niccolini: «Reverenda madre, dite a messer Aldobrandini e ai miei signori che io voglio vestire l’abito e restare qui». Ma quelle lacrime non impietosiscono gli armati. Sotto la scorta di soldati che di lei garantiscono, Caterina, a cavallo, vestita da monaca, attraversa Firenze alla luce delle fiaccole per recarsi al convento di via San Gallo. Dove viene accolta con rispetto benevolenza. Passano sei mesi. Agosto 1530: Firenze cade. Nel villaggio di Gavinana, Maramaldo uccide il più fiero difensore della città: Francesco Ferrucci. «Vile, tu uccidi un morto», grida Ferrucci mentre l’altro lo trapassa con la spada. E’ la fine dell’incubo. E il principio di qualcos’altro, molto impegnativo. Caterina non partecipa al ritorno dei Medici al potere e non torna nel palazzo di via Larga. Va a Roma.

IL MATRIMONIO – Passano i mesi, Caterina comincia a fiorire. Un cugino, Ippolito, le fa la corte. Spietata. Ma decidono che lui deve diventare cardinale. E per lei Clemente VII ha altri progetti. Del resto, mai figlia di sovrani è più richiesta di questa figlia di mercanti. Una proposta dell’Orange non viene presa sul serio, ma seriamente si parla d’Ercole d’Este, figlio del duca Alfonso di Ferrara. La Scozia la chiede per Giacomo Stuart. L’Imperatore vuole darla a Francesco Sforza. Alla fine la spunta Francesco I, re di Francia, capace di mettere in gioco il figlio Enrico, erede al trono. E allora? Fervono i negoziati. Lei torna a Firenze, nel palazzo di via Larga dov’è nata e dove aveva visto il primo capolavoro della sua vita: la Cavalcata dei Magi di Benozzo Gozzoli. Arte e bellezza dominano il suo cammino. A Roma, in Vaticano, era rimasta estasiata davanti alle soavi donne di Raffaello. Certo, nel cuore conservava ricordi tristi di patimenti, ma la somma dei piaceri prevaleva. E’ più difficile essere cattivi quando si gode. Scherza con
il Vasari, che la ritrae: arriva a dipingerlo essa stessa, su tela, insieme a una donna nera. Le nozze si avvicinano. Il primo settembre 1533, Caterina, dopo aver offerto un gran pranzo alla nobiltà, lascia Firenze. Non tornerà più. Il 23 ottobre sbarca a Marsiglia. Fa la sua entrata solenne preceduta da una carrozza di velluto nero: un lusso straordinario, perché si tratta di un veicolo nuovo per la Francia. Otto paggi a cavallo seguono la carrozza. I francesi l’aspettano palpitanti. Sanno che i principi di mezza Europa l’avrebbero voluta. Nella loro mente l’avevano dipinta come bellezza sfolgorante. Restano delusi: ha 14 anni, è tracagnotta e palliduccia. Dicono: «Oddio, il nostro principe sposa una grassa bottegaia fiorentina». Lo stesso Enrico d’Orleans, bel ragazzo della stessa età della duchessina, resta sorpreso. Ma la sposa lo stesso: per ragion di Stato. Papa Clemente VII e Francesco I re di Francia concludono l’affare. Il 27 ottobre il cardinale di Borbone pronuncia la formula d’unione. E loro vogliono che il matrimonio venga consumato subito. Per esserne certi che cosa fanno? Si mettono a sbirciare dal buco della serratura della camera nuziale, dove Caterina, accompagnata dalla Regina di Francia e dalle dame, resta sola con lo sposo. I due ragazzi si guardano e si spogliano. Sanno che cosa fare. E lo fanno. Con gran soddisfazione dei due potenti guardoni.

ALLA CORTE DI FRANCIA – Caterina pensa: «Sono la prima fra le donne dei Medici ad aver fatto un così gran matrimonio. Però so anche per qual colpo di fortuna sono entrata nella casa reale di Francesco I». Pensieri e parole destinati a perdersi. Papa Clemente VII, suo parente e sponsor, muore. Così come il cardinale Ippolito, il cugino che l’avrebbe voluta per sé. E ora? Il destino è solo nelle sue mani. E nel suo ventre. Deve sbrigarsi a restare incinta. Suo suocero e suo marito trepidano: vogliono l’erede. O meglio: gli eredi destinati al trono. Problemi? Soprattutto due. Primo: la gravidanza tarda. Secondo: il bell’Enrico d’Orleans va raramente a letto con lei. Preferisce coricarsi con Diana di Poitiers, la magnifica moglie del gran Siniscalco di Normandia. Che, nonostante abbia 19 anni più di lui, si ritrova un corpo fantastico. Tanto che, molto più tardi, Marguerite Yourcenar scriverà: «La sua bellezza era così assoluta, così inalterabile, da occultare la personalità stessa di colei che ne era dotata». Enrico d’Orleans era rimasto affascinato da Diana quando aveva 7 anni. E lei 26. Lo aveva stretto a sé, sfiorandogli la fronte con un bacio, nel momento in cui lui dovette partire per la Spagna, come ostaggio, insieme al fratello Francesco. Il ricordo del bacio fatale lo avrebbe accompagnato nei quattro anni dolorosi di prigionia, cristallizzando per sempre le sue fantasie erotiche. Diana è ambiziosa, avida e lungimirante. A 31 anni resta vedova dell’anziano marito Siniscalco di Normandia ed è ben decisa a non risposarsi. Vuol costruire con sapienza il suo personaggio: capace di avere ai suoi piedi, e nel letto, colui che sarebbe stato re di Francia. Il passare del tempo non la sfiora. Si scoprirà dopo che per restare giovane ha un segreto, una dieta: ingoia oro e diamanti. Cibo che finirà per avvelenarla, ma da vecchia. Povera Caterina! Non riesce a fare figli e suo marito dorme con un’altra. Ma come fa questa matura Diana ad attrarlo così tanto? Caterina pensa: «Certamente ricorre alla magìa o a qualche sortilegio. Devo scoprire che cosa fa…». Detto fatto, va a spiare, attraverso una fessura della parete (ma è proprio un vizio dell’epoca quello di sbirciare nelle camere da letto…) un loro incontro galante. Pierre de Bourdeille, detto Brantome, storico e biografo francese, racconta: «Ella vide una donna bellissima, bianca, delicata e freschissima, tra in camicia e nuda, la quale faceva al suo amante carezze, moine e cosucce gradevoli, e vide lui renderle carezze e tutto il resto, in modo che scendevano ambedue dal letto e si coricavano e si abbracciavano sul soffice tappeto posato ai piedi della lettiera». Davanti a una visione tanto diversa dalle sue esperienze coniugali, Caterina piange. E si rassegna. Non c’è rimedio. L’ascendente di Diana è destinato a durare.

LE MUTANDE – Caterina prova ad attaccarsi al marito, al punto da stargli vicino ogni momento. Soprattutto nelle lunghe cavalcate che gli piacciono tanto. Ha imparato a cavalcare a Firenze. Proprio a cavallo, ricorderete, attraversò la città nei giorni dell’assedio, per lasciare le monache delle Murate e andare da quelle di Santa Lucia. Però, non essendo più giovinetta, introduce un modo originale di cavalcare: con il piede sinistro nella staffa e la gamba destra orizzontale, sull’arcione. In seguito si sarebbe parlato di modo di cavalcare all’amazzone. Tuttavia, nonostante i sottanoni lunghi, rischia di mostrare più del dovuto. Così, consigliata anche da alcune dame, introduce l’uso di mutande strette e attillate, di cotone e fustagno. Le chiamano «briglie da culo», visto che servono per andare a cavallo. Le nobildonne di Francia e di mezza Europa la vogliono imitare. Ma la moda degenera: la forma spartana, da equitazione, viene modificata da fantasiosi sarti che arrivano a immaginarla in tessuti d’oro e d’argento. Oggetti del desiderio. Per ricchi. Tanto che da fine capo per nobildonne, le mutande diventano strumento di lussuria, bandiera delle prostitute. Caterina cavalca, ma un giorno, mentre scende dal destriero per farlo abbeverare, una dama di compagnia, notando un po’ di pancia, pensa che sia incinta e si preoccupa. Lei la rassicura. Ma poi si terrorizza. Non è incinta. Ma quando lo sarà? Davvero non può far figli? Indaga a corte: e viene a sapere che potrebbe essere ripudiata, chiudendo la sua giovane esistenza in un convento. Cosa che gli sarebbe andata bene ai tempi dell’assedio di Firenze, per sfuggire gli odi antimedicei dei concittadini. Ma ora no. Vuole il trono di Francia. E va dal re. In ginocchio, piangendo, dice: «Maestà, sono disposta ad accettare tutto quello che piacerà impormi. Il monastero, che già ho conosciuto a Firenze, oppure divenire la serva  della donna fortunata che sceglierete per mio marito». Francesco I si commuove: «Forse Iddio vorrà arrendersi ai miei e ai vostri desideri».

MATERNITA’ – Dieci anni dura l’attesa. Forse ci mette una mano Iddio. Ma certamente s’impegna la persona più incredibile: la rivale, Diana de Poitiers. I fatti del mondo, e le fortune dei regni, passano anche attraverso le lenzuola. Caterina e suo marito Enrico chiedono consiglio alla bella Siniscalca. Che, furbissima, non desidera Enrico d’Orleans cambi sposa. La fiorentina va benissimo: docile e non sessualmente provocante. Trovarne un’altra così sarebbe stato un azzardo. Una nuova moglie, più bella e battagliera, avrebbe potuto mettere in pericolo la posizione di favorita di Diana. Che subito si dà da fare. Come? In due modi. Primo: la manda da Jean Fernel, medico rinomato, che si era acquistato la stima della corte proprio per i suoi interventi contro la sterilità femminile. Secondo: decide di spedire, assai più spesso, Enrico d’Orleans a letto con la moglie. Sì: è lei, Diana, che detta tempi e amplessi. Il Delfino obbedisce. Caterina pure. E il 20 gennaio del 1544, quella che era stata definita grassa bottegaia fiorentina, diventa mamma di un futuro re di Francia: nasce un bambino che si chiama Francesco, come il nonno. E suo marito regala diecimila ducati d’oro al medico Fernel. Cosa che verrà ripetuta per ogni figlio. Il dottore diventa straricco. Perché Caterina, da quasi sterile, si fa prolifica: mette al mondo dieci figli. Destinati a salire su più troni.

REGINA DI FRANCIA – Ma, come nei romanzi d’appendice, facciamo un passo indietro: tornando al 1536. L’erede al trono non era suo marito Enrico D’Orleans, ma il fratello Francesco. Un altro Francesco: da non confondere con il re Francesco I, né con il figlio di Caterina, che diventerà Francesco II. Questo era un Francesco cognato: un tipo delicato, però amante degli esercizi violenti. Sordo a qualunque consiglio, un giorno, dopo aver giocato a palla, volle bere un bicchiere d’acqua ghiacciata. E morì. Il conte Sebastiano Montecuccoli, suo scudiero, fu accusato d’averlo avvelenato. Sotto tortura, confessò quello che desideravano dicesse: cioè che era stato comprato da un generale di Carlo V per avvelenare tutta la famiglia reale. Venne squartato vivo. Ma molto più tardi, i nemici politici indicarono Caterina come avvelenatrice del cognato. Che invece, con tutta probabilità, era morto di pleurite. Però conveniva buttar fango sulla regina straniera, per danneggiarla e darle quella tinta torbida che sarebbe piaciuta poi a tanti storici e a una schiera di perfidi (e pessimi) biografi. Comunque, morto il cognato Francesco, l’erede al trono diventa Enrico d’Orleans, il marito di Caterina. E allora torniamo a lei mamma. Assai più calma. Tanto da accogliere con garbo le attenzioni di Diana: dalla quale accetta anche il marito quando a questa piace cederglielo. Basta l’amore per la condizione sociale a costruire una corazza di sopportazione? Caterina diventa regina di Francia nel 1547. Suo marito sale al trono succedendo al padre, Francesco I, morto di setticemia nel castello di Rambouillet.
Lo scettro tocca a lui, visto che il fratello primogenito non c’è più. Enrico II ricalca le gesta del padre: va alla guerra. E lei, Caterina, fa la reggente. Anche se si ritrova sempre accanto il guardasigilli Berftrand, indicato da tutti come creatura della favorita, Diana De Poitiers. Ma Caterina resiste anche a questa invadenza. Così come resiste alle provocazioni di Maria Stuarda, reginetta di Scozia allevata alla corte di Francia dopo la morte del padre, Giacomo V, e destinata a lasciare la testa sul patibolo preparatole da Elisabetta d’Inghilterra. Maria Stuarda, che sposerà più tardi il primogenito di Caterina, Francesco, la tratta da figlia di mercanti. Lei replica guardandola dall’alto in basso: le pagine del Machiavelli l’hanno istruita a gestire invidie, gelosie, cattiverie. E’ invece turbata da un altro tormento: le predizioni sul destino di suo marito. Vive in un secolo in cui l’oroscopo è sempre preso sul serio. Luc Garic, astrologo e matematico, ha predetto la morte del re in un duello. Di più: ha consigliato a Enrico II di evitare ogni combattimento in campo chiuso verso i 41 anni, poiché in quest’epoca sarebbe stato minacciato da una grave ferita alla testa. Alla corte non credono a Garic per un motivo semplice: i re non si battono in duello. Caterina cerca conferme. O smentite. Invita un indovino già assai celebre: Nostradamus. Il quale la raggela: l’oroscopo dice il vero. Caterina ci crede. Ma il re non ci pensa. O non vuole pensarci.

MORTE DI ENRICO II – E’ il primo luglio 1559. Giornata di festa. Dopo le firme del trattato di pace di Cateau-Cambresis e al matrimonio di sua figlia Elisabetta col re di Spagna, il re, Enrico II, vuole partecipare al gran torneo davanti al palazzo de Tournelles. Deve misurarsi con Emanuele Filiberto di Savoia, poi con il duca di Guise e,infine, con Gabriele Montgommery, rude e ardito cavaliere. Enrico II rompe con baldanza le prime tre lance. Caterina lo prega di non battersi più. Lo stesso Montgommery chiede di smettere. Il re insiste: deve rompere l’ultima lancia. E ci riesce. Un sospiro di sollievo allarga il cuore di Caterina. I due competitori, ora, non devono far altro che tornare al punto di partenza dopo aver gettato prima la lancia spezzata. Ma Montgommery non getta il suo troncone. Si muove rapidamente e urta con l’asta mozza la visiera del casco reale. Che si alza. Il mozzicone entra nell’occhio di Enrico per uscire dall’orecchio. La regina sviene. Lui urla: «Sono morto». Dopo quattro giorni di sofferenze riprende conoscenza. Chiama Caterina: le raccomanda i figli e gli affari di stato. Muore il 10 luglio, dopo aver chiesto che nulla si facesse al Montgommery. Il quale passa in Inghilterra, si fa protestante, e torna in Francia come capo degli Ugonotti di Normandia. E ha contatti con l’ammiraglio Coligny e con il Condè, personaggi indigesti alla regina di Francia.

REGGENTE – Situazione difficile. La morte del re mette in contrasto una gran quantità di cupidigie. Resta un re di 15 anni, Francesco II. La nuova Corte s’installa al Louvre. Tutti si aspettano che Caterina si metta da parte. Lei cerca di non essere invadente, ma resta lì. E si prende la rivincita su Diana di Poitiers. Che ormai 60enne, e non più protetta, deve restituire beni e averi. Anche se non soffre troppo. Riceve il castello di Chaumont, in cambio di quello di Chenonceau, che Caterina vuole torni alla corona, insieme a una quantità di gioielli che Enrico II aveva regalato alla Favorita. Poi la nuova preoccupazione: la salute di Francesco II, che soffre di una malformazione congenita. Tuttavia non vuole rubare la scena all’inesperta giovane regina, Maria Stuarda. Con accortezza non si mostra troppo e le lascia sempre d’onore. Presa tra i Guisa del partito cattolico e tra i protestanti, la Medici è costretta al doppio gioco.
Quale? Il suo prendere contatti con i protestanti e Luigi di Borbone, principe di Condé, le causa il sospetto e la diffidenza da parte dei Guisa e di Maria Stuarda. Supporta il dialogo interconfessionale quale soluzione unica della crisi, ma resta isolata. La situazione si degrada rapidamente. Francesco II muore presto, nel dicembre 1560. Caterina è ferita. Però non manca chi insinua che proprio lei abbia favorito il trapasso. Un’infamia. Tuttavia è vero che l’avvento sul trono dell’altro figlio, incoronato come Carlo IX, a 10 anni, le permette di prendere le redini del potere.

REGINA NERA – Caterina veste sempre di scuro. Rifiuta il bianco usato per il lutto. Dalla morte di Enrico II, vuole solo veli neri. Ecco l’appellativo di regina nera, dedita alle trame. Negozia con Antonio di Borbone, principe del sangue, per determinare chi tra loro due avrebbe tenuto la reggenza. I protestanti sostengono che l’antica costituzione esclude dal governo gli estranei e le regine madri. Ma lei è abile: anche a evitare la guerra civile. Prende il potere in condizioni difficilissime. C’era chi voleva riformare la Chiesa, togliere gli abusi, sradicare i vizi che la corrompevano. Per fermarla, s’insinua il dubbio che Caterina non sia forte e capace. Invece, con pazienza e accortezza ereditate dai Medici, rovescia la situazione. E probabilmente anche la storia. Conta sulla propria abilità e si lusinga di strappare ai cattolici qualche sacrificio per accontentare i protestanti. Occorre sangue freddo. La lotta contro coloro che hanno sempre da ridire è terribile. Ogni tanto il principe di Borbone o i Guisa minacciano di andarsene. Sa che se cede è perduta. E se si dichiarano apertamente nemici è perduta la Francia. Per calmare Antonio di Borbone, gli affida la luogotenenza generale. Frena anche i Guisa. Poi emancipa Carlo IX prima dei 14 anni. Come? Giocando con il calendario: e convincendo il Parlamento di Rouen che la maggiorità dei re di Francia può intendersi al principio e non alla fine del quattordicesimo anno. Lo scontro fra cattolici e protestanti è forte. E la preoccupa. Caterina si lusinga di riuscire nelle cose della religione come negli accodi politici. Scandalizza le potenze cattoliche scrivendo al Papa che egli non ha autorità o giurisdizione su coloro che portano il titolo di re o regina. E che non sta a lui dare o togliere regni.

STRAGE DEGLI UGONOTTI – Ma arriva il momento più cupo. Li avevano chiamati Huguenot, ossia Ugonotti, termine in origine dispregiativo con cui sono indicati i protestanti francesi seguaci di Calvino. Il protestantesimo si era diffuso tra la nobiltà e la borghesia nella prima metà del XVI secolo. Il calvinismo si diffonde meno nelle campagne, ma ha una certa espansione presso alcuni ceti popolari delle città. Quando sale al torno Carlo IX, gli ugonotti sono all’incirca un ottavo della popolazione e anziché nascondersi esibiscono la loro fede (compreso il disprezzo per i papisti). Caterina pensa ad una sorta di pacificazione dando in sposa sua figlia Margherita (quella che Dumas trasformerà nella pittoresca Regina Margot) con il protestante Enrico di Navarra. Intanto scrive fiacche lettere in Inghilterra per ottenere la libertà di Maria Stuarda. Che, rimasta vedova di Francesco I, era andata a regnare in Scozia restando vittima dei Lord protestanti. I quali riuscirono a rivoltarle contro il paese, approfittando della sua turbolenta vita privata. Aveva fatto uccidere il secondo marito, Darnley, mettendosi con uno dei suoi assassini, Bowen. Scappata in Inghilterra, pensava di essere aiutata dalla regina protestante Elisabetta I d’Inghilterra, sua cugina. Che invece la imprigiona per vent’anni. Eppoi la fa salire sul patibolo. Il suo unico figlio, Giacomo, fu il primo re britannico che riunì i domini inglesi a quelli scozzesi. Da Maria Stuarda discende l’attuale regina d’Inghilterra, Elisabetta II. Ma torniamo alla notte di San Bartolomeo, fra il 23 e 24 agosto 1572. L’idea del matrimonio di Margherita con il protestante Enrico di Navarra deve evitare nuovi scontri. Tanti protestanti affluiscono a Parigi. Viene organizzata una gran festa, ma con un carattere prettamente cattolico. I signori Ugonotti non vogliono ascoltare la messa. Anche perché al popolo di Parigi le loro presenze sembrano sacrilegio. Non manca l’incidente. L’ammiraglio Gaspard de Chatillon, conosciuto come il Coligny, uno dei capi dei protestanti, viene colpito da un’archibugiata. L’ordine di scoccarla, a quanto pare, viene dato dallo stesso Carlo IX. Che reagisce male quando sa che l’Ammiraglio è solo ferito. Esclama: «Ebbene si uccidano, ma si uccidano tutti». Caterina sa? L’idea del matrimonio doveva avere il tragico epilogo? L’orrendo tumulto è affrettato nel timore che Carlo IX si penta. Nella notte cominciano le rappresaglie. Prima di mezzogiorno i morti sono tremila. A nulla vale l’ordine di cessare immediatamente gli omicidi: la strage prosegue, diventando il peggiore dei massacri religiosi del secolo. E finisce per macchiare in maniera indelebile anche Caterina.

MORTE DI CARLO IX – Escono libri feroci contro Caterina. Si cerca di dimostrare che una donna non può tenere la reggenza. Ma lei va avanti per la sua strada: anche ben oltre i confini francesi. Ossia in Polonia. Dove riusce a imporre come Re il suo terzo figlio, Enrico duca D’Angiò. Batte l’imperatore Massimiliano he tanto oro aveva sparso per sostenere la candidatura dell’arciduca Alberto. Caterina rivolta l’Europa come un guanto e ottiene il trionfo più splendente della diplomazia francese. Ma non le viene tributato nessun riconoscimento. Il problema? Il massacro degli Ugonotti. I protestanti, che credeva per sempre annientati, terranno a lungo in scacco le forze del regno. Non basta: Enrico d’Angiò non resta a lungo sul trono di Polonia. Perchè il 30 maggio 1574 Carlo IX, stroncato dalla tubercolosi, chiama Caterina: «Madre mia, sto morendo. Vi lascio la reggenza». Lei è affranta, ma reagisce: deve dare un nuovo re alla Francia. E sceglie un altro dei suoi figli, allontanando qualsiasi diverso pretendente. Scrive al re di Polonia: «Vostro fratello è morto dopo aver ricevuto Iddio la mattina».

ENRICO III – Il duca d’Angiò torna dalla Polonia. Diventa Enrico III re di Francia. E’ il figlio preferito di Caterina e anche il più intelligente. Lei decide: governerà da solo. Ma questo non vuol dire che si fa da parte. No, s’inventa un ruolo plenipotenziario: viaggia attraverso la Francia per far rispettare gli editti di pace. A Nerac, fa riconciliare sua figlia Margherita con lo sposo, Enrico di Navarra. Motivo? Negozia con lui perchè lo vuol riabilitare anche agli occhi dei cattolici più intransigenti. Lei vuole il trono di Francia per i suoi figli. E intende mettere Enrico di Navarra in pole position: diventerà re dopo Enrico III. Con la figlia Margherita come regina. Ossia colei che Dumas ribatterà: la regina Margot, bella ma facile agli intrighi e anche ai cambiamenti di letto. Enrico di Navarra diventerà Enrico IV nel 1594. Prima di farsi cattolico pronuncerà la frase: «Parigi val bene una messa».

ULTIMO ATTO – Enrico III governa, ma Caterina invecchia. I reumatismi e la gotta le provocano crisi dolorosissime. E’ ingrassata, sfiora i 120 chili. Da Firenze aveva portato le forchette: perchè i francesi del sedicesimo secolo, nonostante tutte le loro grandezze, mangiano ancora con le mani. Ma si era fatta seguire anche da uno stuolo di cuochi capaci d’insegnare a coloro che si sarebbero poi vantati di essere insuperabili maestri di cucina. Cappone ripieno, minestra di cavolfiore, minestra di lenticchie, gallina faraona, i secondi, i dolci sono ricette tramandate per cinque secoli. Superstiziosa? Sì, anche da vecchia. Il pranzo deve avere pietanze divisibili per tre: così ecco che i camerieri in livrea servono 33 arrosti di capriolo, 33 lepri, 6 maiali, 66 galline da brodo, 66 fagiani, 3 staia di fagioli, 3 staia di piselli, 12 dozzine di carciofi. Ma a 70 anni riesce ancora a praticare una politica accomodante per salvaguardare il figlio, re Enrico III. Lo tiene al riparo, al Louvre. Lui è seccato, non sopporta il fiato sul collo. All’apertura degli Stati generali di Blois – è il dicembre 1588 – la loda: «Caterina non è solo mia madre, ma anche la madre dello Stato e del regno». Un’orazione funebre? Da quel momento non la consulta più, fa di testa sua. Il 23 dicembre fa uccidere il duca di Guisa. E arresta tre cardinali. A lei confessa: «Ho fatto per primo quello che volevano fare me. Voglio essere il re, non un prigioniero». Lei non risponde. E’ disperata. Singhiozza. Enrico III è tracotante, ma non riesce a completare l’opera annientando tutti i nemici. Corre dalla madre e la supplica: «Cosa devo fare?». Lei non ha più lacrime. Con un filo di voce risponde: «Temo tu abbia perso l’anima, il corpo e il regno». Il 5 gennaio del 1589 è un giorno molto freddo. Caterina è costretta ad andare a visitare il cardinale di Borbone per annunciargli che sarà liberato. Lui, vecchio amico adirato, la tratta male. Lei torna a palazzo offesa, affranta, distrutta. Non ce la fa più: muore. Voleva essere sepolta accanto al marito, ma non è possibile. San Denis è in mano ai nemici del re, agli insorti. Il suo corpo resta a Blois. Da dove poi sarà trasportato a Parigi, in un mausoleo. Ma chissà: avesse potuto scegliere avrebbe fatto portare i suoi resti a Firenze. In San Lorenzo. Dov’era stata battezzata. E dove sono i Medici.

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Sandro Bennucci

Sandro Bennucci

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Commenti (1)

  • agoseta

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    Il “Nettare di Corliano” fece parte dei doni inviati per il matrimonio di Caterina de Medici con Enrico II di Valois. Il matrimonio tra Caterina ed Enrico ebbe luogo il 28 ottobre 1533 e venne celebrato con festeggiamenti grandiosi. Una leggenda vorrebbe che le nozze fossero state consumate la notte stessa con grande felicità del Re di Francia e del Papa, che vedevano in questo modo suggellati i loro reciproci accordi religiosi e politici ed evitando il rischio della Riforma Luterana nel Regno di Francia.

    Esiste una epigrafe del “Convivio degli dei” nel salone dei balli di Corliano, dipinta da Andrea Boscoli nel 1590, che l’allegata trascrizione della dottssa Silvia Nannipieri attribuisce a questo vino, prodotto dai vitigni che erano coltivati fino al 1884 dove ora è il “prato all’inglese” di fronte alla villa.

    Il Cinnamomo è citato nella Bibbia come componente, assieme alla Mirra, alla Cassia e all’olio d’oliva, dell’unguento destinato alla sacra unzione e quindi con un ruolo “divino”, mentre viene così ricordato nel Libro dei Proverbi: “ho profumato il mio letto con mirra, aloe e cinnamomo … vieni inebriamoci d’amore fino all’aurora e godiamo le delizie del piacere …”

    Qui sotto il link all’articolo sulla trascrizione dell’epigrafe:
    http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2013/01/10SIF4225.PDF

    Il “Nettare di Corliano” era un vino energetico, forse afrodisiaco, da bere a fine pasto, ottenuto macerando in botticelle di legno di quercia, 30 gr. di corteccia di cinnamomo (cannella) ogni litro di vino da uve di Aglianico, antico vino rosso di origine ellenica. Anticamente il cinnamomo era una spezia orientale costosissima che era pagata in oro con equivalenza del suo peso.

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