Le regole in materia cambiano

Pensioni: i giovani, nati a partire dagli anni 80, rischiano di ottenerla solo dopo i 71 anni

di Paolo Padoin - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Pensioni

Da tempo si discute sulle note criticità sul fronte della previdenza dei giovani e si cerca di porvi rimedio. Chi ha carriere discontinue o precarie rischia, con il passaggio al sistema interamente contributivo, di dover posticipare l’uscita di diversi anni. La questione è stata sollevata con la Riforma Fornero (art. 24 del decreto legge 201/2011) che prevede – nei confronti dei lavoratori nel contributivo puro (cioè coloro non in possesso di anzianità contributiva alla data del 31 dicembre 1995) – la possibilità di ritirarsi all’età della vecchiaia solo se il reddito pensionistico sia superiore ad un determinato importo soglia. E quanto più questo reddito è basso, tanto più tardi potrà ritirarsi.

Nello specifico, un lavoratore nato negli anni ’80, secondo la legge vigente, potrà accedere alla pensione attraverso quattro canali. Con la pensione anticipata al perfezionamento di 42 anni e 10 mesi di contributi (41 anni e 10 mesi le donne) a prescindere dall’età anagrafica oppure all’età di 64 anni unitamente a 20 anni di contribuzione “effettiva” (cioè senza considerare la contribuzione figurativa) a condizione però che l’importo della pensione non risulti inferiore a 2,8 volte il valore dell’assegno sociale (cd. importo soglia). Ciò significa che per sfruttare questa uscita il reddito pensionistico maturato dal lavoratore non deve risultare inferiore a circa €1.268 lordi al mese (ai valori del 2019). Un valore non facile da ragguagliare a meno che non si possano vantare lunghe carriere lavorative (oltre i 35 anni di contribuzione) con retribuzioni in linea con la media del settore. Agganciarlo con 20 anni di contribuzione è praticamente impossibile in assenza di forti retribuzioni (es. di natura dirigenziale).

La pensione di vecchiaia, invece, può essere conseguita all’età di 67 anni unitamente a 20 anni di contributi a condizione che l’importo dell’assegno non risulti inferiore a 1,5 volte il valore dell’ assegno sociale, cioè circa €679 lordi al mese (ai valori del 2019). Un valore medio che può esser raggiunto dalla maggior parte dei lavoratori che hanno alle spalle almeno 20/25 anni di contributi con una retribuzione in linea con i parametri retributivi nazionali o anche inferiore ma con un maggior numero di anni di contribuzione.

Qualora non sia raggiunto il maturato contributivo minimo di 20 anni o i predetti importi soglia occorrerà attendere i 71 anni unitamente ad almeno 5 anni di contributi effettivi (cioè senza considerare la contribuzione figurativa). In questa condizione si trovano soprattutto i giovani precari che non riescono a coprire almeno 20 anni di versamenti nella vita lavorativa a causa, ad esempio, di retribuzioni inferiori ai minimali per l’accredito di un anno di contributi (es. lavori part-time, lavori a chiamata, lavoro accessorio). O con lunghi periodi di inattività lavorativa. In questa condizione potrebbero trovarsi anche gli autonomi che, come noto, traducono in pensione una fetta inferiore del reddito rispetto ai lavoratori dipendenti. In sostanza l’abbinamento di scarsi redditi con brevi carriere lavorative fa slittare di ulteriori cinque anni la data di pensionamento nei confronti proprio delle categorie più deboli.

I futuri adeguamenti all’aspettativa di vita
L’altro fattore da considerare è la speranza di vita. In futuro i valori anagrafici aumenteranno di almeno altri 3 anni a causa degli adeguamenti automatici alla speranza di vita, un pilastro introdotto ormai dal Ministro Sacconi nel 2010 e confermato dalla Riforma Fornero del 2011. Mediamente un giovane nato nel 1985 dovrà così attendere a seconda della carriera lavorativa un’età che oscilla dai 67 ai 75 anni.

La tavola in alto, elaborata da PensioniOggi.it, mostra la situazione in cui si trovano i giovani di oggi rispetto alla data della pensione di vecchiaia.

Non a caso l’accordo tra Governo e sindacati dello scorso anno prevedeva una riduzione degli importi soglia per accedere alle suddette prestazioni pensionistiche, un modo per consentire una più ampia platea di lavoratori di prendere la pensione prima di quanto previsto attualmente. Ma per ora la discussione sui correttivi al sistema contributivo è stata rimandata alla prossima legislatura.

 

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Paolo Padoin

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già Prefetto di Firenze
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