L'annuncio prima del voto in Emilia Romagna

Di Maio non è più capo dei 5 Stelle. Fuga prima di un altro, possibile crollo elettorale. Reggenza a Crimi

di Sandro Bennucci - - Cronaca, il Blog di Sandro Bennucci, Politica, Primo piano

Luigi Di Maio: non è più il capo politico del Movimento 5 Stelle

ROMA – Ha gettato la spugna, Luigi Di Maio. I sondaggi devono avergli fatto capire che per il M5S, sotto la sua guida, si starebbe preparando un’altra disfatta all’appuntamento con le elezioni regionali, soprattutto in Emilia Romagna. Cosi si è sfilato: appena in tempo prima del possibile, ennesimo naufragio. Rivolgendosi alla platea grillina che, a Roma, gli ha rivolto un timido applauso, ha detto: «Io mi fido di voi, mi fido di noi e di chi verrà dopo di me. Per arrivare fin qui abbiamo fatto salti mortali. Hanno iniziato Beppe e Gianroberto e a loro va tutto il mio grazie di cuore. Noi dobbiamo pretendere il sacrosanto diritto di essere valutati almeno alla fine dei cinque anni di legislatura. Io penso che il governo debba andare avanti, perché alla fine della legislatura i risultati si vedranno, ma dobbiamo avere il tempo di mettere a posto il disordine fatto da chi ha governato per trent’anni prima».

Ecco, non un cenno di autocritica per l’anno e mezzo di regresso totale, anche di credibilità, di questo Paese, ma un atto d’accusa postumo a una politica passata che, bene o male, era riuscita a portare l’Italia ai primi posti nel mondo e a farla sedere ai tavoli dei Grandi. Viceversa, con la smania di rompere con il passato, Di Maio e i 5Stelle hanno messo e continuano a provocare gravi problemi al Paese. Anche con la loro scelta di stare prima a destra eppoi di precipitarsi a sinistra per non andare a votare. Ma la fuga dei parlamentari e il crollo nelle elezioni dal 2018 in poi, e gli errori commessi nelle battaglie contro i pensionati, contro le Autostrade, la politica giustizialista senza criterio oggettivo e tutti gli altri sbagli che sarebbe lunghissimo elencare,  hanno messo Di Maio nelle condizioni del passo indietro. Affrettato e non certo glorioso. Le sue giustificazioni? Non da politico, ma quasi da funzionario che ha sbagliato e dà la colpa ad altri. Ecco quello che ha detto: «Ho lavorato per far crescere il Movimento e proteggerlo dagli approfittatori e dalle trappole lungo il percorso, anche prendendo scelte dure e a volte incomprensibili. La storia ci dice che alcuni la nostra fiducia l’hanno tradita ma per uno che ci ha tradito almeno dieci quella fiducia l’hanno ripagata. Abbiamo tanti nemici, qualcuno che resiste e che ci fa la guerra. Ma nessuna forza politica è mai stata sconfitta dall’esterno. I peggiori nemici sono quelli che al nostro interno lavorano non per il gruppo, ma per la loro visibilità».

Cresce, in queste ore, l’ipotesi di affidare la reggenza del M5S a Vito Crimi, in vista degli Stati generali previsti nella metà di marzo. «Di Maio è stato tirato per la giacchetta», ha detto il premier, Giuseppe Conte, ossia  l’avvocato che, proprio grazie a Di Maio, si è ritrovato, per due volte sulla poltrona più alta di Palazzo Chigi. Sfuggente anche il segretario del Pd, Nicola Zingaretti: «Credo che sul governo le dimissioni di Di Maio non avranno effetti. Sono segnali di un dibattito interno a M5s, che io rispetto, su come stare in questa fase politica. Io penso che schierarsi contro il centrodestra sia un punto dirimente». Ma anche Zingaretti vive giornate inquiete in vista del voto in Emilia Romagna. Che potrebbe risultare decisivo anche per lui.

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Sandro Bennucci

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