Tutte le insidie e i trabocchetti del piano europeo

Recovery Fund, grave rischio di condizionalità e controlli della Ue. Non è a fondo perduto

di Ezzelino da Montepulico - - Cronaca, Economia, Lente d'Ingrandimento, Politica

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ANSA/ANGELO CARCONI

Tutte le bugie e le illusioni propalate. a proposito del Recovery Fund, dalle 4 sinistre al governo e dagli europeisti a prescindere, tipo Napolitano, Mattarella e Prodi, sono spesso contestate, a ragione, da esponenti della destra, che vengono messi alla gogna dalla grancassa delle sinistre, dei giornali omologati, degli esperti interessati.

Adesso, sul giornale online LaVoce.info, Tommaso Monacelli,  professore ordinario di Economia all’Università Bocconi di Milano, e Fellow di IGIER Bocconi e del CEPR di Londra, smaschera tutte le tendenziose affermazioni propinateci dal governo giallorosso e dai suoi accoliti e ci fa capire che è completamente infondata la tesi che con il Recovery Plan della Commissione europea pioveranno sull’Italia gigantesche risorse, a fondo perduto e senza particolari condizionalità.

Ricordiamo che la stessa Commissione ha evidenziato come il Recovery Plan sia in realtà ricco di condizionalità. Viene erroneamente definito Fondo (da cui l’espressione giornalistica “Recovery Fund”), ma è ben diverso dai tradizionali fondi strutturali della Ue. Per semplificare, i fondi Ue pagano i costi, ad esempio, quelli per costruire un’autostrada. Il Recovery Plan invece opera all’interno di una facility. Il che significa che il governo, accanto all’opera, deve anche stabilire obiettivi economici che quell’opera può generare; sapendo che l’erogazione finale delle risorse avviene solo se anche gli obiettivi vengono raggiunti.

Il Recovery Plan ha dunque una condizionalità aggravata, legata a doppio filo al raggiungimento degli obiettivi economici di ciascun progetto. Una differenza cruciale rispetto all’impostazione e alla gestione dei tradizionali fondi europei, studiata dall’Europa al fine di evitare il più possibile la costruzione di ponti verso il nulla, come spesso avviene in Italia.

Solo il 10 per cento dei fondi del Recovery Plan sarà erogato in tempi brevi (comunque entro fine 2021), per avviare la messa in opera dei primi progetti. Il rimanente 90 per cento sarà invece condizionato al raggiungimento degli obiettivi economici stabiliti in partenza (tra governo e Commissione Ue). Inoltre l’orizzonte temporale per gli obiettivi da raggiungere è di sei anni, quindi relativamente breve. Il che impone una pressione forte sul governo per una esecuzione rapida ed efficiente degli interventi. Una pressione certamente positiva, ma non è chiaro se le nostre amministrazioni saranno in grado di gestirla.

Per l’Italia il Piano prevede circa 209 miliardi, di cui 127,4 in prestiti e 81,4 in sussidi. La parte di sussidi non è però un regalo a fondo perduto, come si sente spesso dire. All’inizio del processo la Commissione Ue si indebita per 750 miliardi (la torta complessiva del Recovery Plan), raccogliendo risorse dai fondi pensione americani, dalle famiglie norvegesi, dagli investitori giapponesi. La Ue raccoglie risorse sul mercato, dunque, e non dai paesi membri. Una parte delle risorse è girata come trasferimenti a Italia, Spagna e altri paesi. Ma certamente non a fondo perduto. Perché la Commissione dovrà prima o poi ripagare agli investitori internazionali quegli iniziali 750 miliardi. E saranno ovviamente i vari paesi membri, inclusa l’Italia, a farlo attraverso il bilancio comunitario. Quindi, detto in poche parole, ci stiamo indebitando non poco.

In calce all’articolo ho rilevato un’interessante precisazione di un esperto, Henri Schmit, che afferma:  «La logica del NGEu, concepita in Francia, condivisa con la Germania e definita dalla Commissione, consiste in questo: si levano fondi insieme, se ne danno di più a chi ne ha più bisogno, ma l’UE decide della destinazione e controlla l’uso da parte degli SM. Questo meccanismo assomiglia molto al MES ordinario!». Sottinteso che se non eseguiamo bene le richieste e le indicazioni della Commissione, ci potrebbe arrivare la troika, come fu per la Grecia.

Dunque il Recovery Fund si presenta, a ben vedere, tutt’altro che una cuccagna a buon mercato, come sostengono le sinistre. Ma molti in Italia sembrano non volerlo capire, anzi si sta organizzando da istituzioni (comuni, regioni e ministeri) e associazioni la caccia ad accaparrarsi i fondi in arrivo dall’Europa. Piatto ricco mi ci ficco, la regola d’oro della nostra politica, ma alla fine chi pagherà caro sarà il popolo italiano e soprattutto le future generazioni, proprio quelle che il piano europeo (Next Generation) punterebbe a privilegiare e a salvaguardare.

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Ezzelino da Montepulico

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