No vax: PerUnaltracittà critica le politiche di Draghi e di Nardella

FIRENZE  Dalla rivista La Città invisibile riportiamo, per dovere di cronaca nel segno del pluralismo, le critiche che il movimento PerUnaltracittà, da tempo radicato a Firenze, rivolge contro le politiche governative e quelle cittadine in materia sociale e di lotta alla pandemia:

«Perché oggi migliaia di persone si riuniscono in strade e piazze, sfidano divieti, invocano una libertà che quasi certamente non esigono negli altri ambiti della loro vita? A parte una componente minoritaria, si tratta per lo più di persone che non hanno mai mostrato di pretendere con altrettanta forza il diritto al lavoro, alla casa, alla salute, all’ambiente. Come si spiega questo fenomeno, che non riguarda solo l’Italia?

Usciamo dai giudizi e dalle etichette semplicistiche di chi non si riconosce nelle migliaia di no green pass e di no vax (“sono dei cretini”, “non hanno capito niente” eccetera). E neanche torniamo qui sulle responsabilità di una sinistra che ha abdicato al suo ruolo storico, né sugli evidenti tentativi da destra di strumentalizzazione della protesta. Tentiamo, se possibile, di capire quali fattori contribuiscono alla nascita di un fenomeno più complesso di quanto potrebbe apparire.

Ci pare che sia la sommatoria di una serie di componenti,  una sorta di tempesta perfetta, il precipitato di tanti fattori confluiti in una reazione di massa.

Il disagio sociale che evidentemente esiste (basti guardare i dati sulla povertà assoluta e sull’impoverimento anche di ceti medi) si esprime, ed è possibile catturarlo, almeno momentaneamente, intorno a temi non riconducibili direttamente alla politica. E non dimentichiamo che i “temi” sono dettati da un pacchetto misto di strumenti mediatici dalla televisione a Facebook, e il tema “vaccini” e “virus” è quello egemone. Anche perché c’è una connessione diretta tra disagio sociale e pandemia.

Ma non basta. Temiamo che ci sia l’effetto vuoto, la mancanza di sponde, di riferimenti, di prospettive. Avvertiamo forte un senso di fallimento, non essere stati in grado di mantenere viva una prospettiva, un senso. Qui anche la cultura individuale conta fino a un certo punto. L’utopia politica collettiva è andata, il sol dell’avvenire è tramontato, anche il mito individuale del successo si è dimostrato per quello che è, un inganno. Decenni di pensiero debole hanno lasciato macerie, ma soprattutto un vuoto che può essere riempito con qualunque miraggio.

Ci troviamo di fronte ad un fenomeno inedito, non sottovalutiamo il trauma del Covid e il rimbalzo da una dimensione di supposto controllo del contesto ad una in cui tutte le certezze sono saltate, una dimensione in cui molte persone rincorrono, apparentemente, una costruzione di senso purchessia. Dall’onnipotenza del controllo della natura tramite scienza e tecnologia a Bill Gates, il complotto cinese, il grafene.

Sicuramente oltre al disagio sociale ed economico, c’è una componente di spaesamento perché mancano proprio gli strumenti per interpretare la realtà. Siamo per la prima volta in un mondo nel quale i processi di veridizione non avvengono più tramite una forma di accettazione convenzionale (frutto appunto di una contrattazione che ne determini l’uso), ma sono determinati da logiche probabilistiche implicite negli algoritmi che regolano la comunicazione digitale. La funzione dell’algoritmo è quella di trasformare la singola opinione, tramite i like e la condivisione, in opinione da dover condividere (tutto il resto viene escluso), in definitiva in una forma di verità statistica che l’algoritmo fa sua. Ecco, l’algoritmo crea senso comune e luoghi comuni, ma li adopera e li esporta come verità. Gioca sul “si dice” obbedendo all’assioma “le cose stanno così perché così si dice”. E con lo stesso procedimento si creano più verità, più piani di realtà. C’è spazio anche per il complotto (ne avevamo parlato qui).

Ma le opinioni da bar sport non hanno mai portato gente in piazza. Spiegano soltanto perché nelle piazze possano circolare idee che dall’esterno appaiono strampalate. Nelle piazze la gente ci va perché sta male, economicamente, socialmente, psicologicamente. Ci si aspettava un autunno caldo, ma non ci siamo domandati chi lo avrebbe riscaldato. Di solito erano gli operai e gli studenti che un po’ ci provavano e, in alcuni casi, anche con parole d’ordine che dimostrano un alto livello di coscienza: Insorgiamo! Ma il disagio è più diffuso. La pandemia ha picchiato duro anche su quella classe media precedentemente spesso qualunquista.

C’è disagio, l’abbiamo già detto, anche perché manca un modo di pensare il futuro. I futuri possibili, quelli che ci raccontano, sono oggetti smart. La casa smart, la smart tv, Alexa o Siri che obbediscono ai nostri comandi vocali e ci rispondono. Ma non sono una visione rassicurante. L’insicurezza è una sensazione percepita ma è così tanto diffusa da non trovare una controparte che riesca a staccarsi dallo sfondo del nostro disagio.

Cominciamo allora a contrastare non l’ultimo anello della catena delle insicurezze (il vaccino o chi per lui) ma i meccanismi che stanno alla radice di questa precarietà, e allora sì, scendiamo in piazza, ma per la sicurezza del e sul lavoro, della casa, della salute di esseri viventi e dell’ambiente tutto, in sostanza per un sistema alternativo a quello del mercato. Facciamo in modo che la tempesta perfetta travolga le dinamiche perverse del capitale, e evitiamo che questo esercizio del potere si alimenti e tragga profitti dalle nostre stesse paure».

PerUnaltracittà

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Ezzelino da Montepulico


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