Governo e Ue programmano nuove restrizioni e sacrifici, si va verso un’economia di guerra

Ursula von der Leyen e Mario Draghi

La guerra in Ucraina e le sue conseguenze sul piano economico e del costo dell’energia e delle materie prime stanno modificando i programmi e i progetti della Ue e di molti governi nazionali, tanto che si parla di un ritorno all’economia di guerra. Negli ultimi giorni Mario Draghi ha annunciato che provvederà a limitare ulteriormente i rialzi vertiginosi sui prezzi di bollette e carburante e ha chiarito che “non siamo all’interno di un’economia di guerra ma dobbiamo prepararci”.

Gli fa eco l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte che avanza la proposta di un “contributo di solidarietà” da parte di alcuni settori dell’economia italiana per fronteggiare i rincari provocati dal conflitto in Ucraina, ma tiene a sottolineare: “Nessuna patrimoniale di guerra. Abbiamo proposto un energy recovery fund: di fronte a una emergenza così forte nel mercato comune europeo, dobbiamo mettere a fattor comune quello strumento del recovery fund, lo dobbiamo adattare rispetto a questa emergenza”.

Dopo le parole di Draghi, che facevano presagire il peggio, sui Tg e i quotidiani sono ricomparsi servizi e articoli sulle domeniche a piedi, sugli scaffali vuoti dei supermercati, sull’energia razionata come se fossimo tornati al primo collasso petrolifero del 1973. Draghi ha appena varato nuove misure straordinarie per contrastare l’emergenza, ma si appresterà a vararne altre con possibili interventi proprio da economia di guerra come lo stoccaggio di beni primari, l’ulteriore riduzione di prezzi per benzina e gasolio, il taglio di consumi energetici negli uffici pubblici e altri sostegni a famiglie e imprese.
La situazione attuale e le previsioni non rosee potrebbero far sì che l’Italia, ma non solo l’Italia, finisca in una nuova recessione, dopo la ripresa del 2021, con un forte contrazione del Pil. Draghi con il presidente francese Macron si è fatto promotore in Europa della proposta di un altro Recovery Plan per contrastare gli effetti negativi della guerra tra Russia e Ucraina.

Le difficoltà rinnovate mettono in pericolo per l’Italia l’attuazione tempestiva del Pnrr e in specie le riforme di struttura e sistema. Con la conseguente impossibilità di acquisire gli ulteriori fondi europei, che sono considerati la base della possibile ripresa. Occorrerà tener conto anche della prossima riduzione e della fine del programma di acquisto di titoli Asset Purchase Programme (App), annunciato dalla Bce. Il programma App verrà terminato nel corso dell’estate anziché verso la fine dell’anno, mentre quello, più importante, di acquisto di titoli (Pandemic Emergency Purchase Programme – Pepp) giunge al termine nel corrente mese di marzo. Altre risorse dunque che cessano.

Un riorientamento delle priorità, delle politiche e delle risorse da investire sarà quindi inevitabile, anche alla luce del nuovo piano di misure in gestazione a Bruxelles per fronteggiare la crisi determinata dalla dipendenza energetica dalla Russia. I capitoli del Pnrr sulla transizione verde e sulle infrastrutture per la mobilità sostenibile sono sempre cruciali, ma dovrebbero essere reinterpretati nel senso di accelerare quelle parti che contribuiscono a ridurre l’approvvigionamento di energia dalla Russia e sviluppare attraverso la diversificazione le fonti energetiche meno insicure e meno esposte a ricatti.

Quindi gli italiani si dovranno rassegnare a grossi sacrifici nei prossimi mesi, a tirare la cinghia e ad abituarsi forse a un’economia che ormai quasi nessuno ricorda, quella di guerra, che comporta privazioni. Sperando che Draghi, in futuro, non si ispiri a qualche intervento deprecabile nei confronti dei cittadini, come quello del governo Amato che taglieggiò i conti correnti degli italiani in una notte del 1992, applicando una patrimoniale, il famoso 6 per mille. Le parole di Conte e di Draghi ci fanno sospettare che prima o poi il governo potrebbe ricorrere anche a quest’arma. Ma ci auguriamo ardentemente che non sia così.

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