Il giudizio di un famoso magistrato

Francia, estradizione negata ex brigatisti. Giancarlo Caselli commenta: “Nessuno può diventare ex assassino”

Alcuni dei brigatisti riparati in Francia (Foto ANSA)

Ho letto con sdegno e sgomento la notizia della negata concessione dell’estradizione, da parte dei magistrati francesi, dei 10 ex Br condannati in Italia per delitti di sangue negli anni di piombo, riparati in Francia dove sono rimasti ormai per quasi 60 anni, protetti dalla cosiddetta dottrina Mitterrand e difesi strenuamente dagli appartenenti (intellettuali e avvocati) alla cosiddetta “gauche caviar”. Fra i quali era in primo piano l’allora première Dame Carla Bruni, che si schierò a favore di numerosi latitanti, anche di Cesare Battisti, poi riconsegnato all’Italia da Bolsonaro, alla fine della presidenza di Lula, amico dell’ex Pac.

E’ stato un colpo durissimo soprattutto per i familiari delle vittime dei brigatisti, ma anche per chi, come me, ha vissuto personalmente quegli anni terribili, conoscendo da vicino quegli ambienti (lavoravo allora alla prefettura di Arezzo, diretta da Stanislao Pietrostefani, padre di Giorgio) e impegnandosi durante tutta la carriera per contrastare ogni pericolo di rinascita di quei movimenti e di quelle azioni. L’ho raccontato in un libro dedicato proprio alle famiglie delle vittime,

Ho letto perciò con particolare interesse e soddisfazione il giudizio di un personaggio che di terrorismo e di mafia se ne intende avendole combattute per tutta la vita, a rischio dell’incolumità personale sua e della sua famiglia.

Parlo di Giancarlo Caselli, prima giudice a Torino, dove dalla metà degli anni settanta sino alla metà degli anni ottanta ha trattato reati di terrorismo riguardanti le Brigate Rosse e Prima Linea, poi procuratore capo a Palermo, dove creò un pool antimafia che ottenne importantissimi risultati nella lotta alla mafia come l’arresto dei boss latitanti Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca,  infine di nuovo procuratore nella sua città, Torino, nella quale ho avuto il piacere e l’onore di conoscerlo e di lavorare fianco a fianco con lui e i suoi colleghi, avviando inchieste e processi contro No Tav e esponenti dell’area anarco – antagonista.

Ecco il giudizio molto severo dell’autorevole magistrato sulla sentenza francese, ripreso da alcuni brani di un suo articolo pubblicato in data odierna dalla Stampa e dal Secolo XIX:

” La giustizia francese – nel caso dei terroristi italiani non estradati -” ha deciso che “chi uccide e viene
condannato in Italia per gravi fatti di terrorismo, se scappa in Francia può essere perdonato e sottratto alla giustizia italiana” E, prosegue Caselli “è difficile non ipotizzare che su atteggiamenti di questo tipo possa influire in modo decisivo anche un antico pregiudizio verso il nostro Paese, alimentato dalla favola di un’Italia che ha combattuto il terrorismo a colpi di teoremi, di accuse senza prove, di imputati condannati in violazione dei principi dello stato di diritto. La favola quindi di personaggi che se commettevano gravi delitti lo facevano per nobili ideali da assumere come giustificazioni scriminanti. Un saggio ha detto che si può anche diventare ex terroristi ma non si diventa mai ex assassini”.

E’ quest’ultima una frase contenuta nel mio libro “Il prefetto questo sconosciuto”, presentato nel 2010 proprio a Torino da Caselli, ma credo che si tratti di una coincidenza e che l’amico procuratore in questo caso non si riferisse a me.

E prosegue Caselli nel suo lucido ragionamento: “Vale a dire che ci sono delitti contro la civile convivenza
democratica che non possono essere cancellati con un tratto di penna, dimenticando che sono stati commessi nell’ambito di una guerra unilaterale spietata e feroce, dichiarata dalle catacombe della clandestinità contro persone arbitrariamente elette a simboli da abbattere. Farlo equivale a rendersi vittime di una colpevole amnesia, con un senso etico a corrente alternata o geograficamente variabile, se non del tutto carente”.

Caselli conclude con un’osservazione che mi sento di sottoscrivere senza esitazione, sulla base dell’esperienza maturata in 40 anni di servizio nello Stato: “Mi rendo conto di aver espresso opinioni che mi espongono alle ire dei tanti «benpensanti» (anche italiani) sempre pronti ad autoproclamarsi garantisti doc, squalificando nel contempo come giustizialisti, manettari o forcaioli tutti coloro che la pensano diversamente. In realtà molto spesso il loro è un garantismo peloso, selettivo: nel senso che l’applicazione delle regole viene diversificata a seconda dello status ed in particolare delle tendenze politiche di questo e di quello. Il contrario del garantismo vero, classico: che è veicolo di eguaglianza o altrimenti non è”.

Parolo sante, caro procuratore, da far conoscere a quei giovani che non hanno vissuto quegli anni terribili – di cui adesso si sta perdendo memoria- e che possono suonare di consolazione alle famiglie delle vittime, specialmente quelle meno famose, ormai dimenticate dalla politica e da molte istituzioni.

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Paolo Padoin

Già Prefetto di Firenze Mail

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