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Ucraina: la guerra costa al sistema Italia oltre 16 miliardi. L’analisi di Demoskopika

Volodymyr Zelensky ,

ROMA – L’appoggio assoluto e incondizionato fornito dalla Presidente della Commissione Ue Ursula von del Leyen e dal premier Mario Draghi costa al sistema Italia, oltre 16 miliardi di euro. L’analisi obiettiva e impietosa realizzata dalla società Demoskopika è pubblicata sul sito Demoskopika.it. Ecco il contenuto riassunto nel comunicato della Società:

Ad essere principalmente colpiti i settori maggiormente legati all’energia, con in testa trasporti e prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio. Al Nord, i sistemi economici con il livello più alto di sofferenza per mancata produzione.

Il presidente di Demoskopika, Raffaele Rio: «Il prossimo governo dovrà proteggere il tessuto produttivo
italiano altrimenti sarà più conveniente fermarsi che produrre».
La guerra in Ucraina sta generando una perdita di valore aggiunto pari a oltre 16 miliardi di euro. A soffrire maggiormente i settori cosiddetti energivori: trasporti, prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio, chimica, prodotti metallurgici, costruzioni. Oltre 2,3 milioni, inoltre, le aziende attive nei settori maggiormente legati all’energia. Sono sei, in valore assoluto di perdita di valore aggiunto, i sistemi economici territoriali più colpiti: Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio, Veneto, Piemonte e Toscana la cui contrazione della produzione, pari a 11,4 miliardi di euro, rappresenterebbe ben il 70 per cento del dato complessivo italiano.

È quanto emerge da uno studio dell’istituto Demoskopika che ha stimato il possibile impatto della
guerra sul tessuto produttivo per regione relativo al 2022.
«L’impennata dei prezzi energetici – dichiara il presidente di Demoskopika, Raffaele Rio – sta
generando gravi ripercussioni sui sistemi economici oltre a ridurre il potere d’acquisto e la
disponibilità a spendere delle famiglie, per effetto di un costante aumento dell’inflazione. La
crescente difficoltà nel reperimento di materie prime, inoltre, sta fiaccando ulteriormente i margini operativi delle nostre imprese, che hanno una forte dipendenza commerciale ed energetica dal mercato russo, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro.

È bene rimarcare, ai meno attenti, – precisa Raffaele Rio – che il 56 per cento delle importazioni dell’Italia di gas naturale arriva dalla Russia così come il petrolio per il 10 per cento. E, ancora, non vanno trascurati i “condizionamenti” delle materie prime. La difficoltà di reperire Palladio, ad esempio, che importiamo da Russia e Ucraina, per il 30 per cento, si ripercuote negativamente nella produzione italiana di prodotti odontoiatrici, marmitte catalitiche e componenti elettronici presenti nei nostri smartphone e televisori.

Il nuovo governo – conclude Raffaele Rio – dovrà proteggere il tessuto produttivo e sociale italiano altrimenti sarà più conveniente fermarsi che produrre. Avrà la responsabilità di una effettiva attuazione delle risorse del Piano nazionale per la ripresa e la resilienza per ridurre l’incertezza dei mercati finanziari, ma soprattutto calmierare il crollo della fiducia degli operatori economici che disincentiva le loro decisioni di investimento».
Impatto: trasporti e prodotti di petrolio raffinato rappresentano il 70% della contrazione. La guerra tra Russia e Ucraina produce un impatto moltiplicatore negativo sulla produzione italiana. Demoskopika stima una perdita di valore aggiunto pari a 16,3 miliardi di euro nell’ipotesi di una riduzione del 20 per cento delle importazioni dirette e indirette di input energetici. Ad essere più penalizzati, i settori cosiddetti energivori, maggiormente legati all’energia. In particolare – si legge nello studio di Demoskopika – il settore dei trasporti, con una mancata crescita del valore aggiunto pari a 7,8 miliardi e i prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio, i prodotti chimici e farmaceutici, pari a 3,6 miliardi, rappresenterebbe ben il 70 per cento della contrazione complessiva. Sono sei i settori, inoltre, la cui mancata produzione stimata supererebbe i 300 milioni di euro: “macchinari, apparecchiature elettriche
e prodotti elettronica” (1.066 milioni di euro), “fornitura energia elettrica e gas” (911 milioni
di euro), “costruzioni” (509 milioni di euro), “attività metallurgiche e prodotti in metallo” (471
milioni di euro), “agricoltura” (356 milioni di euro).
E, ancora, il settore “legno, carta e stampa” (317 milioni di euro) e “gomma e plastica” (315
milioni di euro). Le branche di attività economica rimanenti “condizionate” dagli effetti di una
minore crescita del valore aggiunto riguarderebbero i “prodotti alimentari, bevande e tabacco”
(282 milioni di euro), il “tessile” (231 milioni di euro), la “fabbricazione di macchinari” (220
milioni di euro), la “fornitura di acqua e gestione dei rifiuti” (127 milioni di euro) e, infine, le
“attività estrattive, estrazione di risorse energetiche” (91 milioni di euro).

Nel livello intermedio dello scenario stimato da Demoskopika per livello di sofferenza dei
sistemi economici regionali nell’ipotesi di una riduzione del 20 per cento delle importazioni
dirette e indirette di input energetici, si collocano Friuli-Venezia Giulia (322 milioni di euro;
7.427 euro pro capite), Valle d’Aosta (38 milioni di euro; 7.125 euro pro capite), Veneto (1.496
milioni di euro; 7.109 euro pro capite), Toscana (1.041 milioni di euro; 6.419 euro pro capite)
e Trentino-Alto Adige (349 milioni di euro; 6.067 euro pro capite).

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