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Manovra: tagli alle pensioni (2,1 miliardi) e aumenti record (2.000 euro) a magistrati e Autorità indipendenti

Il governo usa due pesi e due misure. Anche la Meloni, che non ha mai nascosto il suo poco interesse per la tutela dei pensionati, colpisce duramente gli assegni Inps con tagli alla perequazione (sembra rientrata invece l’intenzione di nuovi contributi di solidarietà). La riduzione delle rivalutazioni (che viene stabilito al
di sotto dell’attuale livello di inflazione anche per le minime) garantirà nel 2023 risparmi alle casse pubbliche per 2,1 miliardi di euro. Stando alle tabelle allegate alle relazione il taglio alle pensioni raddoppierà a 4 miliardi nel 2024 per poi mantenersi poco al di sotto di questa soglia fino al 2030

Il governo invece profonde aumenti a piene mani ai dipendenti pubblici, ma soprattutto (2.000 euro l’anno) a due categorie, magistratura e Autorità indipendenti, che non avrebbero certo bisogno di incrementi di stipendio, essendo già lautamente pagate.

L’aumento una tantum previsto per i dipendenti pubblici dalla legge di bilancio premia i dirigenti delle Autorità indipendenti e ai magistrati. Le due categorie vedranno in media crescere la busta paga rispettivamente di 1.980 e 1.812 euro lordi, che corrispondono a 152,3 e 139,4 euro al mese. Ai dirigenti di vertice della presidenza del Consiglio arrivano 976,5 euro annui (75,1 euro al mese) poco più di quanto avranno i loro colleghi delle altre Pa centrali.

Per il grosso dei dipendenti pubblici l’aumento determinato dal meccanismo scritto in manovra oscilla fra i 27,8 euro lordi al mese nella media dei ministeriali ai 32,6 euro degli insegnanti. Anche qui con un’eccezione importante rappresentata dalle Authority: dove per il personale non dirigente la novità della manovra vale mediamente 83,9 euro al mese.

Le cifre nascono dal meccanismo lineare scritto in manovra, che spalma le risorse (un miliardo, più 800 milioni circa che andranno messi da enti territoriali, sanità e università) decidendo un incremento «nella misura dell’1,5% dello stipendio». Un sistema del genere com’è ovvio produce valori maggiori quando gli stipendi sono più alti.

Per un dirigente apicale di un’Authority, spiegano le tabelle dell’Aran elaborate sui dati della Ragioneria generale dello Stato, le «voci stipendiali» valgono mediamente 132mila euro all’anno, cioè l’80% dei 166mila euro di trattamento economico complessivo.

Per i colleghi dei ministeri la busta paga annuale è più alta, 193.772 euro medi in prima fascia, ma lo stipendio fisso si ferma a 64.271 euro, il 33% del totale. Ecco perché l’aumento stipendiale del1’1,5% porta nelle Authority 1.980 euro nel 2023 contro i 964 euro dei vertici ministeriali.

Il dipendente medio di un’Autorità indipendente ha uno stipendio da 72.697 euro all’anno, il triplo di quello riconosciuto a chi lavora in un ministero o un ente locale. L’autonomia fa il paio con retribuzioni stabili anche nel caso dei magistrati, per i quali le voci stipendiali raggiungono in media l’87% della busta paga totale cumulando 120.812 euro su 137.697.

Nel caso della magistratura amministrativa, dove lo stipendio medio è 150.853 euro (e la retribuzione totale viaggia a 173.828 euro) l’una tantum vale quindi 2.262 euro.

Sono numeri non paragonabili a quelli medi dei dipendenti pubblici ordinari, dove lo stipendio medio varia dai 24mila ai 28mila euro lordi all’anno a seconda del comparto e dove quindi la manovra porta raramente più di 400 euro lordi (30 euro al mese). Con un aumento, perdi più, pensato come una tantum dal governo in attesa di un rinnovo contrattuale tutto da costruire, con i contratti scaduti nel 2021, per i quali il governo dei migliori non ha trovato neppure il tempo di intavolare le trattative.

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