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Pensioni: i sindacati toscani contestano i tagli alla rivalutazione e chiedono tavolo di concertazione al governo

Uno sportello Inps

I sindacati toscani scendono in campo a difesa dei pensionati, considerati come un bancomat privilegiato da tutti i governi, politici e tecnici, e da ultimo anche dal governo Meloni che ha stabilito ulteriori tagli degli assegni.

Il nuovo meccanismo di rivalutazione, e cioè l’adattamento al caro vita, degli assegni pensionistici, entrato in vigore dall’inizio di quest’anno con la Manovra del nuovo governo, secondo gli esperti dei sindacati colpisce la fascia media degli assegni, non le pensioni veramente alte.

«Gli assegni dai circa 1.400 euro netti in su – denuncia Annalisa Nocentini, segretario generale Uil pensionati Toscana – hanno subìto un taglio reale, conclamato, che parte da 40 euro per arrivare anche a 100 euro. È questa la perdita reale netta al mese». Che in un anno si può tradurre anche in 1.200 euro.
«Mica siamo un bancomat», dice Alessio Gramolati, segretario Spi (Sindacato pensionati italiani) Cgil Toscana. «In questa manovra – sottolinea – si continua a prelevare dalle pensioni, come negli ultimi anni».

Il nodo del problema riguarda il metodo di calcolo adottato per la rivalutazione. E cioè non più progressivo, come si faceva in precedenza, ma a fascia. In pratica la percentuale di rivalutazione, che decresce a mano a mano che gli importi (divisi in sei fasce) salgono, va applicata all’intero importo.

«Stiamo valutando con i legali – spiega Giancarlo Gambineri, coordinatore regionale del dipartimento previdenza Spi Cgil – se questo metodo per scaglioni sia costituzionalmente legittimo». E se ci fosse lo spazio giuridico, via a una serie di ricorsi e contenziosi dei singoli da presentare al giudice. «È ancora un’ipotesi – frena Gambineri – quindi aspettiamo prima di dire “venite tutti a fare i ricorsi”. Io penso che ci sia margine, anche se prima di tutto dobbiamo aspettare l’analisi giuridica e vedere poi come muoversi».
Quelle che hanno avuto la rivalutazione più alta, oltre l’indice inflazionistico, sono le minime (525,38 euro), in particolare per gli over 75, che in quest’ultimo caso sfiorano i 600 euro (come si può vedere nella tabella in alto a sinistra). Operazione che, avverte Annalisa Nocentini «non è stata a costo zero, ma a detrimento delle pensioni definite “alte”, in realtà medie». E tra l’altro «alla fine – prosegue – non si soddisfa nemmeno il bisogno primario, perché con 600 euro mensili non si vive bene». Ora, con l’aumento del costo della vita, «gli assegni prima considerati medi, come 1.400 euro, ora sarebbero una pensione minima per vivere dignitosamente».

Insomma, di fatto «la maggior parte delle fasce – conclude Gramolati – questo adeguamento all’inflazione non ce l’ha. Persone che aspettavano da dieci anni di avere un adeguamento si trovano depauperate di questo diritto. L’attuale governo ha infatti determinato unilateralmente la riduzione di un adeguamento già pattuito con il governo Draghi dopo dieci anni di sospensione».

Intanto, insieme alle altre sigle Cgil e Uil, «il 19 gennaio – annuncia Nuti (Cisl) – partirà un tavolo con il governo sulla riforma previdenziale. Vanno trovate delle regole certe, e adatte alla situazione attuale, su quando si andrà in pensione. Non è possibile che ogni anno si cambi. Il problema è pensare a una seria riforma previdenziale che pensi anche ai giovani. Ma bisogna calendarizzare anche un altro incontro sulla riforma fiscale, perché non è pensabile che debbano pagare l’Irpef solo pensionati e dipendenti».

Dunque un piano di battaglia articolato con il quale i sindacati toscani scendono in campo a difesa dei diritti delle pantere grigie, tartassate dai vari governi succedutisi da Monti in poi, che non hanno trovato di meglio che reperire facilmente fondi sottraendoli agli assegni faticosamente meritati dai pensionati dopo una vita di lavoro. Per concedere, fra l’altro, sussidi elevati, redditi e pensioni di cittadinanza a chi non aveva mai lavorato e pagato contributi o addirittura, in molti casi, aveva chiesto fraudolentemente il sussidio grillino, confidando nell’assenza dei controlli. Una conferma, ancora una volta, che l’Italia spesso diventa il Paese dei furbi.

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