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Monsignor Giovanni Paccosi ordinato vescovo di San Miniato: l’omelia del cardinale Betori

Monsignor Giovanni Paccosi ordinato vescovo di San Miniato, insieme al cardinale Giuseppe Betori

Ecco l’omelia proclamata dal cardinale Betori, arcivescovo di Firenze, domenica 5 febbraio 2023, per l’Ordinazione Episcopale di monsignor Giovanni Paccosi, vescovo eletto di San Miniato.

«La tua luce sorgerà come l’aurora» (Is 58,8). Le parole del profeta diventano l’auspicio con cui ti accompagniamo, caro don Giovanni, nel giorno in cui la Chiesa ti chiama a servire il Vangelo
come successore degli apostoli. L’immagine della luce ritorna più volte nelle letture della Parola di questa domenica e colloca l’evento della tua ordinazione episcopale in un orizzonte di splendore e di
gioia.

Per comprendere di quale luce debba risplendere la tua vita e quindi il tuo ministero attingiamo al cammino della rivelazione, che culmina con la visione della Gerusalemme celeste, città della luce,
perché in essa il Creatore stesso della luce si fa luce per gli uomini: «La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello» (Ap 21,23).
È il culmine di un cammino che alle origini del creato vede la luce penetrare il caos e separarsi dalle tenebre, per poi diventare nube luminosa e fuoco che conduce il popolo dell’esodo, avvolgere di sé
la Sion rifondata oltre i tempi della dispersione per diventare faro e fonte di unità per i popoli, svelare il mistero di un Dio che si fa bambino, piccolo e umile nella mangiatoia di Betlemme per condividere e operare il nostro riscatto. È questo quanto il tuo popolo dovrà e potrà attendersi dal tuo ministero episcopale: il discernimento che svela la realtà nella sua verità, la guida sapiente negli itinerari spesso problematici del deserto della vita, la costruzione di una comunione che sappia accogliere e includere, la
testimonianza della misericordia che si svela nel Dio umanato.

Tutto questo nella consapevolezza che la luce da portare non scaturisce da te, caro don Giovanni, ma dovrà essere riflesso della sorgente di ogni splendore, Dio stesso. Né la Chiesa, né i suoi pastori possono arrogarsi la pretesa di essere fonte sorgiva di luce per il mondo. I Padri della Chiesa ci hanno insegnato il mysterium lunae, che cioè è proprio della Chiesa riflettere la luce che emana dalla persona di Cristo, lui solo il sole del mondo. Di qui l’esigenza che il tuo ministero si alimenti anzitutto da un saldo radicamento nel mistero di Dio, da una totale appartenenza a Cristo, da intima comunione con lui. Di questo orizzonte di santità si fa eco il rito dell’ordinazione nelle parole che accompagnano l’imposizione della
mitra, in cui l’immagine della luce indica l’unione con la vita divina: «Risplenda in te il fulgore della santità».

Le forme concrete che deve assumere l’identità dell’uomo di Dio ci sono offerte anzitutto dal testo profetico, in cui la luminosità della vita è connessa all’impegno per la giustizia: «Dividere il pane
con l’affamato, […] introdurre in casa i miseri, senza tetto, […] vestire uno che vedi nudo» (Is 58,7). Agire secondo giustizia, cioè nell’adempimento della volontà di Dio, costituisce il presupposto per
lasciarsi illuminare dalla sua luce e rappresenta anche il frutto della sua gloria che permea la nostra vita: «Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà» (Is 58,10).
Ne consegue per un pastore che il suo sguardo non può fermarsi alle soglie della comunità visibile, ma deve abbracciare tutte le situazioni in cui la vita e la sua dignità sono poste in pericolo.

È il senso di una missione, quella che ci è affidata, che deve evitare di rinchiudersi nella cura di chi ci è vicino e deve sentire la responsabilità della condizione umana, soprattutto in questo momento di non facile discernimento circa il futuro. Servitori della Chiesa, certamente, ma per essere servitori del Regno. Come suggerisce Gesù nel vangelo: «Voi siete la luce del mondo […]. Risplenda la vostra luce davanti agli uomini» (Mt 5,14-16). Operando secondo la volontà del Padre ogni discepolo diventa per
Gesù trasparenza di Dio e quindi appello all’umanità tutta perchériconosca in Dio il suo fondamento e il suo fine, garanzia di una edificazione del mondo nella giustizia e nella pace.

A questa destinazione di servizio all’umano, che impegna ogni discepolo, vanno poi aggiunti, per un pastore, i caratteri propri del ministero pastorale, per il quale valgono in particolare le parole che
abbiamo ascoltato dall’apostolo Pietro. «Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non
perché costretti ma volentieri» (1Pt 5,2a). Il ministero che ti viene affidato non sia per te un fardello che grava sulle tue spalle, e per questo è necessario, caro don Giovanni, che abbandoni totalmente
la tua volontà al cuore di Dio. Ti è chiesto una libertà interiore che sola potrà farti scudo contro ogni ostacolo, contro ogni delusione oltre che, ovviamente, contro ogni tentazione di volgere il ministero
a strumento di potere arbitrario. Ci si prende cura volentieri del gregge, se la nostra volontà è una cosa sola con la volontà stessa di Cristo, se sentiamo la chiamata che ci viene fatta non come un
oneroso servizio ma come un dono che ci fa più vicini al cuore di Gesù. Il suo è il cuore del pastore che dona la propria vita per le pecore, nella libera obbedienza al progetto salvifico del Padre (cfr.
Gv 10,17-18).

«Non per vergognoso interesse, ma con animo generoso» (1Pt 5,2b). Ci è chiesto di svolgere il ministero con spirito di gratuità e generosità, di dedizione e abnegazione. Risuonano dietro le parole dell’apostolo quelle di Gesù quando oppone l’agire del mercenario a quello del pastore buono. Il primo compie il proprio dovere per una legittima ricompensa, il pastore buono lo fa per amore; il primo fugge di fronte al pericolo, il pastore buono dà la vita per le pecore. Mettere in gioco la propria vita nel ministero è la
condizione per essere segno di Cristo pastore in mezzo al popolo. «Non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge» (1Pt 5,3). Non siamo i padroni del gregge,
perché i figli di Dio non hanno alcun padrone, bensì un unico Signore che è Cristo, colui che li ha chiamati a libertà facendosi il servo di tutti. L’esemplarità a cui siamo chiamati ha questo unico ed
esigente riferimento: Cristo servo. Il popolo che ti è affidato deve poter trovare in te, caro don Giovanni, certamente un padre che accoglie e unisce nell’unica famiglia, ma deve poter scorgere in te
anche un fratello, che cammina non solo avanti ma anche accanto, condividendo con tutti il peso della vita, e questo è possibile se non dimentichi che tu resti sempre figlio, figlio della Chiesa, dalla cui vita
di verità e di grazia hai bisogno tu per primo di essere ogni giorno rigenerato.

Siamo qui, caro don Giovanni, a implorare tutto questo per te, invocando su di te lo Spirito del Signore. Lo fa con noi tutta la Chiesa fiorentina, che ti ha visto crescere e ti ha formato al ministero, si è arricchita della tua giovinezza di prete, ti ha inviato in missione in una terra lontana anch’essa grata per il tuo servizio, ti ha riaccolto affidandosi alla tua intelligenza e dedizione pastorale ed è stata testimone della fraternità sacerdotale con cui hai accompagnato il caro don Paolo Bargigia nel mistero della sofferenza, ora ti ringrazia per il dono che tu sei stato per noi, per me in particolare, che ti ho avuto sapiente, generoso e fraterno collaboratore. Ti doniamo ora alla Chiesa di San Miniato perché il
Signore, attraverso di te, che raccogli l’eredità del fratello vescovo Andrea, continui a effondere la sua grazia su quel popolo che d’ora in poi sarà il tuo popolo.

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