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Mar Rosso, una polveriera: forze Usa distruggono missili Houthi puntati sulle navi. Gelo Biden-Netanyahu

TEL AVIV – Il comando centrale americano ha affermato che le sue forze hanno condotto attacchi contro tre missili antinave Houthi “che erano puntati nel Mar Rosso meridionale ed erano pronti a lanciare”. Lo riporta il Guardian. In una dichiarazione pubblicata sui social media, il comando centrale americano ha affermato che le forze statunitensi hanno identificato i missili nelle aree dello Yemen controllate dagli Houthi e “hanno stabilito che rappresentavano una minaccia imminente” per le navi mercantili e le navi della marina americana nella regione. La dichiarazione continua: Le forze statunitensi successivamente hanno colpito e distrutto i missili per legittima difesa. Questa azione renderà le acque internazionali sicure e protette per le navi della marina americana e le navi mercantili.

MISSIONI MILITARI – “L’Unione europea ha rafforzato, grazie agli sforzi di Germania, Francia e Italia, le missioni militari nel Mar Rosso per garantire la sicurezza nelle comunicazioni: questo è estremamente importante per prevenire gli attacchi alle navi mercantili”. Così al Tg2 Post il presidente di Abi, Antonio Patuelli. “Il rischio è che il Mar Mediterraneo, anziché essere il centro della circolazione di merci e persone, diventi un grande lago salato con tutte le attività di commercio costretti a circumnavigare l’Africa e vedere innalzati i costi di trasporto e degli stessi prodotti”.

GELO BIDEN-NETANYAHU – Dopo 27 giorni di silenzio e gelo il presidente Usa Joe Biden è tornato a parlare con Benyamin Netanyahu, per ribadirgli che gli Stati Uniti continuano a puntare sulla creazione di uno Stato palestinese malgrado il premier israeliano appena ieri l’abbia esclusa. E che Israele – ha fatto sapere la Casa Bianca dopo il colloquio di 40 minuti tra i due – deve ridurre i danni subiti dai civili a Gaza. Ma le difficoltà di Bibi non si registrano solo con Washington: anche in Europa l’Alto rappresentante Josep Borrell ha detto senza giri di parole che “il governo di Israele” guidato da Netanyahu rappresenta “un impedimento” ad una qualsiasi soluzione del conflitto, e che la comunità internazionale dovrebbe “imporre dall’esterno” la soluzione a 2 Stati.

OSTAGGI – Intanto resta la tragedia degli ostaggi nella Striscia: le Brigate Al-Nasser Salah al-Deen, alleate di Hamas, hanno diffuso un video che mostra un ostaggio israeliano che, secondo loro, è stato ucciso in un attacco aereo di Israele. Secondo i miliziani si tratta di Ohad Yahalomi, 49enne rapito nel Kibbutz Nir Oz il 7 ottobre insieme al figlio 12enne Eitan. Il ragazzino è stato rilasciato a novembre durante la tregua per lo scambio di prigionieri e ostaggi, dopo essere stato picchiato e costretto dai suoi rapitori a guardare i video degli orrori del massacro di Hamas, secondo le testimonianze dei parenti.

FRONDA – Con il dramma degli ostaggi irrisolto e in un clima di crescente isolamento internazionale, Netanyahu cola a picco anche nei sondaggi interni, mentre nel Likud, il suo partito, cresce la fronda contro un leader il cui destino politico appare sempre più in bilico. Se si votasse oggi – ha certificato l’ultima rivelazione del quotidiano Maariv – il Likud crollerebbe a 16 seggi (dagli attuali 32) contro i 39 del centrista Benny Gantz, che ne avrebbe quindi più del doppio. A certificare la caduta libera nel gradimento popolare, lo stesso sondaggio del Maariv rivela che Netanyahu si ferma al 31% di consensi, rispetto al 50% di Gantz. Se è vero che i sondaggi possono sbagliare, è tuttavia innegabile che il premier più longevo della storia di Israele non sia mai stato tanto in difficoltà, senza contare i guai giudiziari che lo vedono sotto processo a Gerusalemme per corruzione, frode e abuso di potere.

PROMESSE – Nel Likud insomma c’è già chi si prepara alla successione. Fonti anonime del partito hanno riferito al Jerusalem Post di considerare finita la sua epoca e contati i suoi giorni al potere. La sensazione prevalente tra la base del partito, secondo le stesse fonti, è che oltre a non aver saputo prevenire l’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso Netanyahu ora non sia in grado di mantenere la promessa di distruggere la fazione islamica e far tornare tutti gli ostaggi a casa. Ad alimentare la congiura pesa anche il fatto che se il Likud scendesse davvero a 16 seggi come prevedono i sondaggi, molti dei pesi massimo del partito sarebbero a rischio rielezione.

GALLANT – Per questo sarebbero già cominciate le grandi manovre per la successione: in pole position si parla dell’attuale ministro della Difesa Yoav Gallant, non a caso molto più allineato alle posizioni americane nelle ultime dichiarazioni; ma in lizza ci sarebbero anche il responsabile degli Esteri Israel Katz, quello dell’Economia Nir Barkat e l’attuale presidente della Commissione Affari costituzionali Yuli Edelstein. L’ex premier Ehud Barak ha chiesto elezioni al massimo entro giugno “prima che sia troppo tardi”, ovvero prima che le liti tra Netanyahu e gli Usa portino la sicurezza di Israele “nell’abisso”. Non da meno è stato il vice di Gantz, l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot che pure è ministro del Gabinetto di guerra: “È necessario entro qualche mese riportare l’elettore israeliano alle urne per rinnovare la fiducia, perché in questo momento non c’è fiducia. Come possiamo continuare così con una leadership che ci ha miseramente deluso?”, è sbottato.

GUERRA – Al 105esimo giorno di guerra – mentre lunedì prossimo i ministri degli Esteri di Israele e Palestina saranno separatamente a Bruxelles al Consiglio Esteri della Ue e una delegazione di Hamas è volata a Mosca – l’Idf continua a martellare la Striscia dove è stato eliminato in un attacco mirato Wael Abu-Fanounah, membro anziano della Jihad islamica e vice capo delle operazioni psicologiche di guerra dell’organizzazione. Il portavoce militare ha spiegato che era l’uomo che creava e distribuiva i video shock degli ostaggi israeliani. Secondo l’agenzia palestinese Wafa, altre 12 persone sono state uccise in un attacco vicino all’ospedale Shifa di Gaza City. Mentre in Cisgiordania un 17enne palestinese è morto in scontri con l’esercito: aveva anche la cittadinanza americana, un altro motivo di attrito tra Washington e lo Stato ebraico.



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