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Antognoni compie 70 anni: sarebbe il momento di tornare nella Fiorentina. Una storia d’amore con la città

Giancarlo Antognoni al debutto in Serie A, a Verona, il 15 ottobre 1972 (Foto d’archivio)

Primo aprile 2024. Non è un anniversario, ma l'”anniversario”: Giancarlo Antognoni compie 70 anni. Per Firenze è un evento. Non a caso da martedì prossimo, 2 aprile, e fino a giovedì 4, nella sala Libero Beghi in Villa Arrivabene, sede del Quartiere 2, sarà in esposizione la nuova mostra in onore di Antognoni, “in occasione dei 70 anni del Capitano della Fiorentina”. Sarà una vera e propria ‘hall of fame’ personale: dalle figurine alle maglie storiche, dalle fotografie alle riviste, dai gadget ai giocattoli a lui dedicati. 

COVERCIANO – Se lo merita? Direi di più: è il minimo che si possa fare per lui, specie dopo il trattamento ricevuto dalla Fiorentina. Joe Barone è stato giustamente celebrato, anche al Franchi: ma con Antognoni il compianto direttore generale sbagliò. L’attenuante? Veniva dagli Usa, non aveva vissuto la passione di Firenze per il suo “numero diedi”. Sono fazioso? No, oggettivo. Anche se per me la storia di Antognoni è un pezzo di vita parallela con la mia. Lo conobbi nel 1971, a Coverciano, convocato per la Nazionale juniores da Zeglio Vicini (poi ct della Nazionale terza ai Mondiali del ’90. Eravamo cinque, in quel periodo, a scrivere della Juniores: Mario Sconcerti e Giuseppe “Barba” Mannelli per il Corriere dello Sport, Massimo Bianchi per Tuttosport, Giorgio Chellini per La Gazzetta dello sport e il sottoscritto per Stadio. Vicini disse: “Oggi vedrete un ragazzo straordinario, è umbro ma gioica nell’Asti Macobi. Incredibile: tocco di palla, visione di gioco, tiro. Mai visto uno così a 17 anni”. Tutto vero. Anche il fatto che gli detti un passaggio da Coverciano alla stazione di Santa Maria Novella con la mia prima 500. Ed ero a Zenica (ex Jugoslavia) con la Fiorentina il 6 ottobre 1972 (la mia prima trasferta da inviato all’estero) per la finale di Mitropa Cup, quando seppi che avrebbe debuttato in serie A.

FIORENTINO PER SEMPRE – Ecco come andò: allenatore era Liedholm. La finale di Mitropa la vinse il Celik Zenica anche perchè, al primo minuto, un mediano mise letteralmente fuori causa De Sisti. Che rimase fermo, mi pare, tre-quattro settimane. Liedholm, prima di ripartire per l’Italia, mi confidò: “De Sisti avrà bisogno di tempo per guarire. A Verona, nella prossima partita di campionato, farò debuttare quel ragazzo, Antognoni…”. Il resto lo sanno tutti. Giancarlo è il mito, il capitano per sempre, quello che rischiò di morire durante la partita con il Genoa del 1981. Ed è anche colui che seppe dire no all’avvocato Agnelli, e a un ingaggio ricchissimo, per amore della maglia viola. Fiorentino per sempre.

GIOCAVA GUARDANDO LE STELLE – Antognoni è non solo un simbolo di Firenze (l’abbiamo paragonato al David, alla Cupola del Brunelleschi, abbiamo scritto che è prezioso come le porte del Paradiso del Ghiberti), ma soprattutto è, da mezzo secolo, la Fiorentina. Gli sono mancati lo scudetto e la finale di Coppa del mondo del 1982, per quel maledetto infortunio contro la Polonia, ma i sacrifici in viola sono stati ripagati sempre dall’affetto della gente. Che l’ha considerato, e lo considera, “patrimonio dell’umanità fiorentina”. Personalmente ho altro grande ricordo: lo intervistai per primo, a Careggi, dopo l’operazione alla testa eseguita da Mennonna in seguito allo scontro con il portiere Martina. E lo esaltai quando, su La Nazione, decidemmo di dedicargli un titolo rimasto nella storia e nel cuore dei tifosi: «Il ragazzo che giocava guardando le stelle».

DELLA VALLE – Aggiungo che non ho mai capito perchè, i Della Valle, dopo averlo fatto tornare nella Fiorentina quasi a furor di popolo, vollero tenerlo da parte, come un pregiato soprammobile. Si diceva, ma non so se fosse vero, che la vecchia dirigenza considerasse Antognoni “ingombrante”. Un nome capace di mettere in ombra altri protagonisti. Antognoni, con il suo stile, il suo garbo, la sua educazione, non ha mai fatto ombra a nessuno. Non capisco perchè i Della Valle decisero di farlo rientrare in società per non sfruttare il suo immenso potenziale. E’ vero che tante “bandiere” sono state, negli anni, ammainate: Totti alla Roma, Maldini e Rivera al Milan, Del Piero alla Juve. Potrei continuare, ma Antognoni è un pezzo di Firenze.

COMMISSO – Non ho capito i Della Valle. E capisco ancora Commisso e Barone che, dopo aver considerato, a parole, Antognoni un patrimonio della società, lo hanno lasciato scivolare da una parte, a leggere il giornale, senza valorizzarlo, senza affidargli quell’incarico di primo piano che non sarebbe stata una gratificazione per lui ma un enorme vantaggio per la Fiorentina. Anche come uomo mercato, certo. Nell’epoca di Cecchi Gori, Antognoni portò a Firenze Manuel Rui Costa e altri grandi giocatori. Non ho assolutamente nulla contro Burdisso, che stimavo da giocatore e mi auguro sappia far bene da dirigente, ma a uno come Antognoni non manca proprio nulla per poter aiutare la Fiorentina, soprattutto in un momento delicato come questo. Si sente dire che, scomparso Barone, Commisso voglia cedere la società. Ma se così non fosse, Antognoni potrebbe dare una gran mano: a lui, alla società, ai giocatori. Ha 70 anni e non li dimostra. E l’occhio esperto per valutare potenziali talenti, capaci di far rifiorire una Fiorentina che, a giugno, vedrà partire mezza rosa. Intanto auguri Giancarlo. E’ passato più di mezzo secolo ma sento ancora le parole di Vicini: “Il ragazzo gioca con testa alta, pallone attaccato ai piedi, movimenti imprevedibili. E’ un predestinato”. Anche come inarrivabile dirigente.

70 anni, Antognoni, Fiorentina


Sandro Bennucci

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