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Dazi: accordo in bilico. Bruxelles pubblica un testo diverso da quello americano. Intesa non vincolante. “Su web tax decidiamo noi”

Ursula von der Leyen e Donald Trump si danno la mano a

BRUXELLES – Dazi: la partita fra Usa e UE non è chiusa. Il problema? Vengono fuori due testi diversi: uno pubblicato dagli americani e l’altro dagli europei. Fino al primo agosto, teoricamente, tutto può succedere, anche, come detto, i testi diffusi da Washington e Bruxelles presentano alcune, significative divergenze. E c’è un’appendice, sottolineata non certo a caso da Palazzo Berlaymont: l’accordo siglato domenica “Non è giuridicamente vincolante. L’Ue e gli Usa negozieranno ulteriormente, in linea con le rispettive procedure interne, per attuare pienamente l’accordo politico”.

A Bruxelles hanno spiegato che ogni giorno, da qui a venerdì, può essere quello buono per formalizzare l’intesa. “Arriverà presto”, ha assicurato un portavoce della Commissione. Ma l’Ue non ha fretta. L’obiettivo prioritario è evitare trappole sui paragrafi ancora aperti, come quello dei farmaci e dei chip. C’è poi da delineare in maniera definitiva i beni sui quali scattano le esenzioni alla tariffa del 15%. Si tratta a oltranza, l’atteggiamento muscolare dell’amministrazione Trump, anche dopo il vertice di Turnberry, non è cambiato. Dall’altra parte Ursula von der Leyen non può permettersi ulteriori concessioni. Per una consistente parte delle cancellerie si è arrivati al limite, e anche oltre, sugli impegni presi nei confronti degli Usa.

Sulla digital tax, ad esempio, la Commissione ha dato ampie rassicurazioni al presidente americano. Allo stesso tempo, ha affermato che l’accordo sui dazi non può interferire con lo spazio normativo comunitario. Tradotto: i negoziatori Ue vogliono continuare a tenere fuori dal tavolo il Digital Service Act e il Digital Market Act.on non mollerà la presa. Parallelamente, a Bruxelles si ha la piena sensazione che sulle Big Tech Washington. Nel pomeriggio la Commissione ha aggiornato i 27 sullo stato dei negoziati e ha anticipato che sta lavorando al quadro attuativo dell’accordo, quando sarà formalizzato. Oltreoceano a Trump basterà emettere degli ordini esecutivi.

Von der Leyen, dal canto suo, non è certo a capo di uno Stato. Obbligare le imprese private europee a mettere in campo 600 miliardi di investimenti negli Usa è impossibile, a meno che non siano immessi finanziamenti comunitari. Considerazioni molto simili riguardano l’acquisto di armi, che Trump ha dato per fatto. Diverso il discorso per il quadro normativo dei dazi. La competenze esclusiva è della Commissione, che avrà bisogno tuttavia del via libera a maggioranza qualificata da parte dei 27. Nella riunioni del Coreper II le tensioni sono rimaste ancora sotto il tappeto. Per una ragione innanzitutto: i governi vogliono prima vedere l’accordo scritto definitivo e poi prendere posizione.

L’impressione è che l’intesa voluta da von der Leyen, alla fine sarà digerita. Ma la buona riuscita del negoziato corre sul filo. E c’è sempre il timore che, da qui al primo agosto, Trump cambi le carte in tavola nuovamente. Nel frattempo l’esecutivo Ue continua a tenere il punto su quanto ottenuto. Al Golf Club, all’inizio dell’incontro, Trump ha chiesto a von der Leyen dazi al 30%, ha ricordato un portavoce della Commissione, rimarcando: “Ora abbiamo raggiunto un tetto generalizzato del 15%. Non è il risultato perfetto per l’Ue, né per gli Stati Uniti, stiamo traendo il meglio da una situazione difficile”.

L’accordo è “funzionale agli interessi economici fondamentali dell’Ue in termini di relazioni commerciali e di investimento stabili e prevedibili tra con gli Stati Uniti. Allo stesso tempo, rispetta pienamente la sovranità normativa dell’Ue e tutela i settori sensibili dell’agricoltura dell’Ue, quali la carne bovina o il pollame”, viene puntualizzato nel testo diffuso dalla Commissione. Presto Bruxelles potrebbe trovarsi assediata dai Paesi membri su eventuali misure da mettere in campo a latere. Undici Paesi membri hanno chiesto di tornare alle quote di import di acciaio e alluminio del 2012-13, per tutelare un comparto già in crisi. Le conseguenze del patto di Turnberry, dall’auto all’agrifood, restano tutte da decifrare.

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