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Gaza: Netanyahu vuole attaccare la Striscia. L’ira del mondo su Israele. Trump tace. Germania: stop invio di armi

Benjamin Netanyahu

TEL AVIV – Il mondo intero chiede a Israele di fermarsi. La prima condanna a Israele che vuole invadere la Striscia di Gaza, è arrivata netta dalle Nazioni Unite, scandita dall’Alto commissario per i diritti umani, Volker Turk, e rafforzata dall’appello di Antonio Guterres per un urgente cessate il fuoco. Poi la reazione si è propagata da Londra a Madrid, fino ad Ankara, in un crescendo di apprensione per i civili intrappolati nel conflitto. Donald Trump tace.

Il piano dello Stato ebraico “è un errore”, ha tuonato il premier britannico Keir Starmer, evidenziando che l’offensiva causerà soltanto “ulteriore spargimento di sangue”. Ma a imprimere la cesura più profonda è stata Berlino, spingendosi dove mai era arrivata prima, con lo stop immediato all’export di armi destinate all’offensiva israeliana nella Striscia. Un segnale subito raccolto a Bruxelles, dove i vertici Ue – Ursula von der Leyen e Antonio Costa – hanno sollecitato Netanyahu a “riconsiderare” i suoi passi. L’operazione non potrà restare senza “conseguenze” nei rapporti con l’Europa, ha avvertito il portoghese alzando la posta laddove invece Washington, rimasta in silenzio sull’incursione di terra, sembra irrigidirsi.

“Gli Stati Uniti non riconosceranno uno Stato palestinese, data la mancanza di un governo funzionante”, ha tagliato corto il vicepresidente J.D Vance nel suo faccia a faccia con il titolare del Foreign Office David Lammy, nel Kent. “Israele ha il diritto di difendersi dal terrorismo di Hamas, che dev’essere disarmato”, ma diventa “sempre più difficile immaginare” come i piani del governo possano contribuire a raggiungere gli obiettivi, ha riconosciuto il cancelliere tedesco Friedrich Merz, diramando una nota per impartire il congelamento “fino a nuovo ordine” delle forniture militari “potenzialmente impiegabili a Gaza”.

Una rottura netta – accolta con “delusione” da Netanyahu – da parte della Germania alleata storica dello Stato ebraico, ancora profondamente segnata dal peso della memoria dell’Olocausto, che dal 7 ottobre del 2023 ha approvato l’export verso Israele di armamenti per un valore di almeno 485 milioni di euro. Ma, di fronte all’aggravarsi della crisi umanitaria nella Striscia, la preoccupazione per le continue sofferenze dei gazawi “è profonda”, ha evidenziato Merz, sostenuto dalla sua Cdu e dagli alleati dell’Spd, seppur bersagliato dalle critiche interne della Csu bavarese.

Oltre i confini tedeschi, il Belgio ha convocato l’ambasciatrice israeliana per esprimere la “totale disapprovazione” nei confronti dell’operazione, adottando una linea dura condivisa anche dalla Spagna per voce del capo della diplomazia Manuel Albares. Non meno netta le posizioni della Turchia, in pressing sulla comunità internazionale affinché “fermi” Netanyahu, e della Cina che, nel dirsi “seriamente preoccupata”, ha chiesto subito lo stop all’incursione. Il dossier potrebbe approdare a breve sul tavolo degli ambasciatori Ue e – non si esclude a Bruxelles – raggiungendo anche i ministri degli Esteri che si riuniranno comunque a fine mese.

Le prime verifiche indicano che Israele “non sta rispettando in modo adeguato” gli impegni sull’accesso degli aiuti a Gaza, ha ribadito la Commissione europea, esprimendo un malumore che rende sempre meno remota l’ipotesi – fino a poco tempo fa quasi impensabile – di una revisione dell’accordo d’associazione Ue-Israele. Un confronto delicato a cui anche l’Italia sarà chiamata a prendere parte. I piani di Netanyahu – ribaditi con fermezza anche dal ministro della Difesa Israel Katz, secondo cui “né sanzioni né critiche” fermeranno lo Stato ebraico – finiranno comunque già domani sotto la lente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

E mentre l’Iran parla di “pulizia etnica e genocidio”, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, ha denunciato il piano israeliano come “un crimine a pieno titolo, in violazione del diritto internazionale”, destinato a provocare “una catastrofe umanitaria senza precedenti”, ribadendo il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, in uno Stato sovrano con Gerusalemme Est come capitale. Il suo ultimo appello è stato poi rivolto direttamente a Donald Trump, rimasto finora in silenzio: “Fermi Netanyahu e sostenga una soluzione di pace permanente”.

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