Arno: inaugurata Pizziconi, prima cassa d’espansione a monte di Firenze. Unico “pezzetto” di difesa in 60 anni

Dopo annunci di anni, è stata inaugurata stamani, 26 settembre 2025, a Figline Valdarno, la Cassa d’espansione di Pizziconi, un piccolo pezzetto di difesa di Firenze e due terzi della Toscana dalla furia dell’Arno. “Piccolo pezzetto” perché Pizziconi, capace di contenere circa 3 milioni e mezzo di metri cubi d’acqua, fa parte di un sistema, sempre microscopico se paragonato alla possibile furia del fiume, che dovrà comprendere altre tre casse d’espansione valdarnesi: Restone, Prulli e Leccio.
Per le prime due è stato annunciato il completamento nel 2026 e nel 2027. Leccio la stanno progettando ora. E’ stato già progettato anche l’innalzamento della diga di Levane.
Le quattro casse d’espansione dovrebbero poter fermare 25 milioni di metri cubi d’acqua. L’innalzamento di Levane almeno altri 5. Problema? Il 4 novembre 1966, giorno dell’ultima grande alluvione, l’Arno e i suoi affluenti riversarono su Firenze e due terzi della Toscana un’onda calcolabile fra i 150 e i 200 milioni di metri cubi d’acqua. Situazione eccezionale, ma non unica se si considera che dal 1177 al 1966, l’Arno ha alluvionato Firenze 65 volte, con portate capaci di arrivare a 4100 metri cubi al secondo.
Pizziconi è dunque una realizzazione utile, ma piccolissima se rapportata a quel sistema di difesa dalle alluvioni al quale si cominciò a pensare dopo l’alluvione del 1966. Che venne messo in piedi, solo sulla carta, qualche anno dopo l’alluvione da due ingegneri idraulici, Giulio De Marchi e Giulio Supino. Piano rimasto, appunto, sulla carta. Così come non fu mai realizzato il Progetto pilota dell’Arno, commissionato, alla fine degli anni Settanta dalla Regione Toscana allo studio Lotti di Roma.
Poi arrivò il terzo tentativo di dare un po’ di sicurezza a Firenze e alla Toscana rispetto alla travolgente furia dell’Arno: il piano di bacino completato nel 1999 dal professor Raffaello Nardi. In quelle carte figurano alcuni dighe, sbarramenti e casse d’espansione valutati, all’epoca tremila miliardi di lire. Che non c’erano. Poi l’Autorità di bacino – oggi guidata da un’esperta come Gaia Checcucci – elaborò un nuovo “pianino” da 200 milioni di euro. Dove figuravano le quattro casse d’espansione valdarnesi. E anche Pizziconi, ancora mancante di rifiniture, ma dotata, da oggi, dalle paratie di chiusura capaci di invasare l’acqua quando scatterà l’allarme.
Qualcuno dirà: dimentichi la diga di Bilancino. Non solo la conosco bene, ma feci anche esplodere il caso delle “pietre d’oro”, ossia quell’incontenibile aumento dei costi che portò in carcere politici e dirigenti regionali. Alcuni poi assolti. Bilancino, ecco il punto, è costruito troppo in alto sulla Sieve, prende pochi torrenti. Serve all’approvvigionamento idrico, ma non a frenare uno dei più pericolosi “fratelli” dell’Arno.
Allora dico, senza tema di essere smentito, che solo 59 anni dopo l’alluvione del 1966, si vede il primo “pezzettino” di difesa. Che il presidente, Eugenio Giani, ha naturalmente inaugurato con enfasi, insieme all’assessora alla protezione civile e all’ambiente Monia Monni, al sindaco di Figline e Incisa, Valerio Pianigiani, al collega di Reggello Piero Giunti, al consigliere regionale Cristiano Benucci, ai progettisti, ai responsabili del cantiere, ai dirigenti della Regione e del Genio Civile. Enfasi giustificata. Nessuno era riuscito a tagliare un nastro “vero” in quasi sei decenni. Ma va presa, questa cerimonia gioiosa, come un auspicio di tante e infinitamente più grandi realizzazioni. E’ il primo passo di una lunga marcia di cui è difficile, oggi, intravedere il percorso, e tanto meno la fine, che dovrebbe portare a una parziale sicurezza dalle travolgenti “mattane” del fiume. Ancora libero di colpire come nel 1966 e fare malissimo.
Il professor Nardi, nella spiegazione al suo “Piano di bacino”, stimò che una nuova alluvione con portata di 4100 metri cubi al secondo, come il 4 novembre 1966, sarebbe costata all’Italia, oltre alla perdita di vite umane, almeno trentamila miliardi di vecchie lire. Oggi 15 miliardi di euro. E ancora oggi, la città e la regione sono alla mercè dell’Arno. Scrivo queste considerazioni, e lancio l’allarme, da una cinquantina d’anni. Gli articoli su “La Nazione” (migliaia) e anche su “Firenze Post” sono lì a testimoniarlo.
L’Arno ci minaccia sempre. Quello che possono fare i suoi “fratelli minori”, Ombrone e Bisenzio, lo abbiamo visto nel 2023 e nel 2024 a Prato, Campi Bisenzio, Quarrata. L’Arno ha capacità distruttive infinitamente più grandi e basti pensare che attraversa due “città vetrina” come Firenze e Pisa.
Da oggi, se vogliamo, ha davanti la prima “barriera”: Pizziconi, con la sua capacità di 3 milioni e mezzo di metri cubi d’acqua da invasare di fronte a una possibile valanga da 150 milioni d’acqua. Pizziconi o pizzicotti? Importante sarebbe non fermarsi. E non ridursi a inaugurare qualcosa, purché sia, solo prima delle elezioni.
