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Francesco Lococciolo, ricordo dell’ex prefetto di Firenze: fu protagonista negli anni del “mostro” e fra gli artefici del “tubone” contro la siccità

Francesco Lococciolo nel 1997 riceve il diploma di socio onorario dell’ANPS Associazione Nazionale Polizia di Stato

FIRENZE – Se n’è andato, quasi in silenzio, alcuni giorni fa, Francesco Lococciolo, già prefetto di Firenze, ma soprattutto uomo delle istituzioni. Aveva 91 anni. Da pensionato fu anche difensore civico del Comune di Firenze.

La redazione di Firenze Post si stringe alla sua famiglia e lo ricorda con affetto, a cominciare dal direttore, Sandro Bennucci, che lo conobbe nei primi anni Ottanta, da cronista de La Nazione, per la strage di Natale del 1984, durante il periodo della siccità del 1985 – con il viaggio a Roma dal ministro Zamberletti per il “tubone” – e nel periodo dei delitti del “mostro”, con la Prefettura in prima linea attraverso la campagna “occhio ragazzi”. Poi l’amicizia è rimasta.

Ricorda Lococciolo anche Sergio Tinti, già comandante della polizia stradale, ex presidente-editore di questo giornale e presidente fiorentino dell’Associazione Nazionale Polizia di Stato. Il compito di tratteggiare la figura umana e professionale di Lococciolo è invece affidato a Paolo Padoin, anche lui ex prefetto di Firenze, fondatore e a lungo firma di Firenze Post, che con Francesco condivise decenni di lavoro e di impegno nella prefettura fiorentina.

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Ho più volte ricordato come il miglior periodo vissuto come funzionario alla prefettura di Firenze sia stato quello degli anni 1984 – 1988. Con la guida del prefetto Giovanni Mannoni il nostro ufficio fu in quegli anni al centro dell’attenzione per eventi importanti di respiro internazionale e per alcune emergenze di protezione civile, come succede troppo spesso nel nostro Paese. Uno dei protagonisti del tempo, a Palazzo Medici Riccardi, è stato senza dubbio Francesco Lococciolo, allora vice prefetto vicario, un carissimo amico e collega che ci ha lasciato recentemente.

Ricordo la sua competenza, la sua energia, la sua simpatia e la sua verve prettamente napoletana che gli faceva e ci faceva superare con serenità anche le situazioni più delicate. Arrivò a Firenze nel 1978, come componente della Commissione di controllo sugli atti della Regione; prima era stato funzionario alle prefetture di Alessandria e Viterbo, e ogni tanto ci raccontava qualche episodio di quella sua interessante esperienza. In particolare ricordava le battute di un commesso che, quando per strada c’erano manifestazioni di studenti e professori, gli faceva notare: “dotto’, c’è anche su moje”. Infatti la dinamica professoressa Anna, moglie di Francesco, scendeva quasi sempre in strada insieme agli alunni.

Tante sono state le occasioni nelle quali ci siamo trovati fianco a fianco. Nella notte della strage del rapido 904, insieme a me e ad Aronica, Francesco organizzò i soccorsi ed è stato sempre protagonista nelle altre emergenza di protezione civile. Era un grande esperto della materia, tanto che poi diventò Direttore Generale della protezione civile al Ministero dell’Interno. Era uno sportivo, nuotava e giocava a tennis regolarmente. Una volta arrivò bello abbronzato nell’ufficio di Mannoni, che lo accolse con una frase che ci è rimasta impressa. “Lococciolo, Lei è atletico e abbronzato, mentre io combatto con la morte”. Al che lui fece i debiti scongiuri.

Organizzammo i rifornimenti di acqua per i cittadini nel 1985, quando la siccità aveva colpito Firenze (ancora non c’era l’invaso di Bilancino); disponemmo autobotti per tutta la città e poi,con la regia del Ministro Zamberletti, fu costruito il “tubone” provvisorio che portava l’acqua dai laghetti dei Renai all’acquedotto fiorentino. E l’anno successivo, insieme ai professori del Gruppo di difesa dalle Catastrofi idrogeologiche (in particolare Ignazio Becchi e Lucio Ubertini), redigemmo il piano di protezione civile per la città di Firenze per il rischio alluvione, corredato della scheda di comportamento per i cittadini. Un piano che resta d’esempio ancor oggi, dopo 40 anni.

Nominato prefetto si trasferì al ministero dell’interno, ma la vita ministeriale non gli si addiceva e quindi diresse le sedi di Massa, Pisa e Firenze, tre città di quella Toscana che amava, che era diventata la sua regione. Infine il delicato incarico di prefetto di Palermo e quindi di nuovo al Ministero.

La famiglia però era rimasta sempre a Firenze, ormai sua città di adozione, e da pensionato tornò in riva all’Arno. Apprezzato dalle istituzioni fiorentine per quanto aveva fatto nella nostra città, gli furono attribuiti gli incarichi di garante dei diritti dell’Ateneo e difensore civico del Comune. Grande tifoso del Napoli, si recava però allo stadio per vedere la Fiorentina insieme alla moglie Anna, accanita tifosa tutta di viola vestita.

Ci siamo visti spesso dopo il mio ritorno a Firenze, anzi il giorno del mio ingresso a Palazzo Medici Riccardi volli che fosse presente anche lui, caro collega e illustre predecessore. Anche dopo il mio pensionamento ci incontravamo per prendere un caffè da Gigli in Piazza della Repubblica e ricordare i tempi passati. Appassionato delle bellezze artistiche di Firenze à venuto più volte a trovarmi a San lorenzo e gli abbiamo fatto visitare tutti gli angoli più reconditi del complesso laurenziano.

Negli ultimi anni aveva qualche difficoltà di deambulazione, ma si spostava con la bicicletta. In occasione del nostro ultimo incontro arrivò pedalando in Piazza della Repubblica, prendemmo il consueto caffè e ci facemmo una bella chiacchierata. Ci siamo sentiti per telefono fino a pochi mesi or sono, poi la notizia della sua morte. Francesco è stato un esemplare servitore dello Stato, assurto ai massimi vertici della carriera, sempre fedele agli ideali della democrazia e votato al servizio della collettività. Conserverò di lui un ricordo indelebile, del suo viso aperto e quasi sempre sorridente, della sua cordialità. Addio Francesco e grazie per quanto hai insegnato a tutti noi.

Paolo Padoin

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