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Giornalisti: è morto Raffaello Paloscia, ha raccontato i 2 scudetti della Fiorentina, i mondiali, le olimpiadi. Un mito

Raffaello Paloscia con Sandro Bennucci che gli consegnò la penna d’oro dell’Associazione stampa toscana, a Coverciano, nel 2023

FIRENZE – L’Associazione Stampa Toscana, con il presidente Sandro Bennucci e tutti gli organismi dirigenti, e il Gruppo Toscano giornalisti sportivi, con il presidente Franco Morabito e il Consiglio direttivo, piangono la scomparsa di Raffaello Paloscia, decano dei giornalisti sportivi, un mito della nostra professione e si stringono alla famiglia, alla moglie Annamaria e ai figli, Alberto e Fulvio, nostro collega di Repubblica.

Raffaello se n’è andato, quasi in punta di piedi, a 97 anni, dopo una vita nella quale ha
incarnato il vero modello di giornalista sportivo: stile essenziale, leggero ma
incredibilmente incisivo, mai sconfinato nella polemica spicciola e  inutile, risultando un
vero maestro per generazioni di cronisti sportivi: ha raccontato i due scudetti della
Fiorentina (1955-56 e 1968-69), i Mondiali di calcio, le Olimpiadi. Due anni fa, nel giorno
del suo novantacinquesimo compleanno, venne insignito della Penna d’oro 
dall’Associazione Stampa Toscana ed entrò come ambasciatore  nella Hall of Fame del
Museo Fiorentina.

Cominciò a scrivere, Raffaello Paloscia, che aveva poco più di vent’anni. Nato a
Urbino il 27 settembre 1928, dopo l’esordio al Corriere dello Sport, nell’agosto del
1950, venne chiamato da Giordano Goggioli a "La Nazione" dove contribuì,
appunto insieme a un altro fuoriclasse del giornalismo come Goggioli, a inventare
quel “giornale del lunedì” che era un quotidiano sportivo all'interno della testata:
dove si trovavano tutti gli avvenimenti della domenica, fino ai dilettanti di terza
categoria. Poi diventò il capo di quella redazione sportiva, composta anche da
Giampiero Masieri, Sandro Picchi, Carlino Mantovani, Giorgio Moretti. 

Raffaello ha legato indissolubilmente il suo impegno professionale alla Fiorentina:
appena assunto fu incaricato di seguire il nascente squadrone di Fulvio Bernardini
(del quale divenne grandissimo amico, al punto di chiamare Fulvio il suo secondo
figlio) vincitore dello scudetto nella stagione 1955-56 e secondo nella Coppa dei
Campioni nel 1957 (con un rigore “inventato” a Madrid, a favore del Real). Ha
quindi raccontato tutte le seguenti stagioni viola e naturalmente il secondo
scudetto del 1968-69. Celebrando per i lettori i campioni: da Julinho e Montuori a
Sarti, Albertosi e Hamrin; da Chiarugi, De Sisti e Amarildo, fino ad Antognoni,
Baggio, Batistuta, Luca Toni, Mutu.

Raffaello Paloscia è stato anche apprezzatissimo collaboratore di Stadio e delle
pagine sportive del Corriere della Sera. Lasciata La Nazione non si accomodò
in pensione ma fu, per qualche decennio, uno dei più seguiti commentatori nei talk
show televisivi. 

Due anni fa, quando gli fu assegnata la Penna d’oro dal sindacato dei giornalisti,
durante la cerimonia nel Centro tecnico di Coverciano – che aveva a lungo
frequentato fin dai tempi di Luigi Ridolfi, Artemio Franchi, Fino Fini e Ferruccio
Valcareggi – Raffaello Paloscia si commosse. Lo abbracciò Gianluigi Buffon che, a
nome della Nazionale e della Federcalcio, gli disse: “Grazie per quello che hai
fatto”. Ed è la frase che Ast e Gruppo toscano giornalisti sportivi pronunciano oggi:
“Grazie Raffaello, anche per quello che sei stato”.

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Scrivo con le lacrime agli occhi e aggiungo poco: devo a Raffaello Paloscia se ho fatto questo mestiere. Era un grande giornalista e, soprattutto, una grande persona. Mai sopra le righe, sempre nella notizia e nel commento lieve ma incisivo. Abbraccio la sua famiglia, la moglie Annamaria e i figli, Alberto e Fulvio, collega che lavora a Repubblica. Ciao Raffaello, ti porterò sempre con me.

Sandro Bennucci

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