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La procura di Firenze ha indagato due dirigenti dell'Asl 10

Famiglia morta asfissiata a San Felice a Ema: tre avvisi di garanzia dalla Procura di Firenze

L’ esterno del palazzo di giustizia a Firenze, 8 aprile 2013, evacuato per un allarme bomba. E’ cessato intorno alle 13.15 l’allarme bomba scattato stamani al palazzo di giustizia di Firenze dopo una telefonata giunta al centralino. Intorno alle 11.50 il palazzo è stato evacuato, e adesso, dopo il nullaosta dell’autorità, è stato riaperto. Per circa un’ora e mezzo gli artificieri hanno controllato l’edificio senza trovare esplosivi. Le autorità sono quindi orientate a ritenere che si sia tratto solo falso di un allarme. A scopo precauzionale davanti al palazzo di giustizia erano arrivati anche i vigili del fuoco. ANSA/CARLO FERRARO

FIRENZE – Tre indagati per la famiglia asfissiata da monossido di carbonio. La procura di Firenze ha notificato l’avviso di garanzia a due imprenditori, titolari di due diverse ditte, e a un dipendente di una delle aziende per l’inchiesta sulla famiglia uccisa dal monossido di carbonio in un’abitazione in via San Felice a Ema (Firenze): il 19 dicembre 2024 persero la vita il 49enne Matteo Racheli, suo figlio 11enne e la compagna Margarida Alcione, 46enne di origine sudamericana. Unica sopravvissuta la figlia di 6 anni della coppia. Cooperazione in omicidio colposo l’ipotesi di accusa.

La notizia è riportata oggi da La Nazione. Coinvolte nelle indagini l’impresa che provvide alla installazione della caldaia tra il 2019 e il 2020 e l’altra che certificò, nel 2022, in occasione dei controlli periodici, l’idoneità della caldaia e l’assenza di problematiche che avrebbero potuto comprometterne l’utilizzo.

Il terzo è il dipendente della seconda ditta. Secondo l’accusa, in occasione della ristrutturazione dell’abitazione, la caldaia non sarebbe stata montata correttamente. Il tubo di aspirazione e quello di scarico, secondo quanto ricostruito, sarebbero stati invertiti in fase di montaggio cosi che il dispositivo aspirava aria comburente dal comignolo del tetto e scaricava i fumi di combustione nello scannafosso, adiacente al locale destinato alla caldaia e alla lavanderia e attraverso una presa d’aria, nell’abitazione. Racheli, hanno ricostruito le indagini, usava di solito in salotto una stufa a pellet che però era entrata in avaria. Per questo il 17 dicembre, decise di accendere la caldaia. L’apparecchio a causa dei difetti di installazione e manutenzione, avrebbe provocato la progressiva saturazione degli ambienti di monossido di carbonio e il decesso di tre persone. La pm Silvia Zannini ha chiesto al gip di svolgere una perizia nella forma dell’incidente probatorio sulla funzionalità della caldaia. Un accertamento indispensabile, secondo la procura, al fine di verificare la responsabilità degli indagati. 

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